Via Giulia

Via Giulia

Via Giulia: il perno della Roma rinascimentale.

Via Giulia è la più caratteristica e insigne delle strade della Roma papale e rinascimentale. I numerosi punti di interesse che si affacciano lungo il tragitto di via Giulia appartengono infatti ad un lunghissimo arco storico ed artistico che va dal medioevo al rinascimento e dal periodo barocco fino al ‘700.

Già nel medioevo, pur presentandosi come un fangoso e tortuoso tragitto, era considerata una delle vie maestre dell’urbe tanto da prendere il nome di “Via Magistralis”.

I primi interventi di ammodernamento risalgono a papa Sisto IV della Rovere. Fu lui, infatti, a ordinarne la ristrutturazione nell’ambito di un più ampio progetto di miglioramenti che interessarono l’area tra Ponte S.Angelo ed i mercati di Piazza Navona e Campo de’Fiori, in questa occasione l’antica via Magistralis cambiò nome in “Via Mercatoria” proprio perché conduceva alle aree di mercato.

Ma buona parte dell’aspetto odierno della via arriverà solo nel 1508 grazie al volere di papa Giulio II della Rovere che elaborò un massiccio piano di modernizzazione delle strutture organizzative cittadine medievali per dare risalto al potere politico della chiesa: la “Renovatio Romae”.

via giulia

Memoria dei lavori di Giulio II (1512)

Il celebre pontefice, incaricò quindi Bramante di progettare un asse viario che sarebbe divenuto la più lunga strada rettilinea di Roma (1 km) che facilitasse i collegamenti tra le diverse parti della città che andavano assumendo una grande importanza economica e sociale. In virtù di questo suo primato fu inizialmente chiamata “Via Recta”, ma in seguito vinse il toponimo di origine papalina, ovvero Via Julia dal pontefice Giulio II. In realtà il progetto finale del pontefice era ben più ampio e ambizioso: considerando che importanti edifici come la Cancelleria Apostolica, la Zecca e la Cancelleria Vecchia si trovano in zona, il pontefice fece progettare dal Bramante anche un Palazzo dei Tribunali che doveva riunire non solo tutte le corti giudiziarie, ma anche tutti i notai, trasformando quindi l’area nel centro della vita amministrativa cittadina.

L’intero progetto che Giulio II aveva in mente non venne però mai realizzato completamente: iniziati nel 1508, i lavori furono interrotti nel 1511, per non essere mai più ripresi. L’unica testimonianza che resta oggi del grandioso progetto del Tribunale sono i “sofà di Via Giulia”, colossali frammenti di pietra tra Via del Cefalo e Via del Gonfalone, che dovevano essere il basamento del palazzo.

palazzo dei tribunali via giulia

Via Giulia – Particolare delle fondazioni del Palazzo dei tribunali, più noti come i “sofa’ di via Giulia”

Pur incompleta, la strada assurse subito a un ruolo prestigioso nel contesto romano e molte furono le famiglie blasonate, perlopiù di origine toscana, che desiderarono edificare qui i loro palazzi nobiliari a testimonianza dell’importanza che la via rivestiva nell’economia cittadina. Dai Sacchetti ai Chigi e ai Ricci molti nobili decisero di risiedere qui, seguiti poi da altri quando Papa Leone X Medici salì al soglio pontificio e decise, in virtù della già numerosa colonia toscana lì presente, di potenziare ulteriormente tutta la zona, specialmente l’area dove sorgerà la chiesa di San Giovanni dei Fiorentini. Si edificarono splendidi palazzi con eleganti giardini digradanti verso il Tevere, molti dei quali dotati di piccoli moli privati.

Tra l’edilizia non nobiliare un ruolo di peso lo ebbero le locande e ricoveri per i pellegrini, la strada, infatti, era anche un importante punto di passaggio per raggiungere la Basilica di S. Pietro. Anche numerosi artisti di gran fama, come Raffaello, Cellini e Borromini, scelsero di vivere qui, facendo di via Giulia una sorta di quartiere degli artisti.

A rilanciare i lavori, sospesi a causa del sacco di Roma del 1527, nell’area attorno alla chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini furono il Sangallo, cui piacque molto l’idea del quartiere di artisti e nuova borghesia, e la famiglia Farnese, che aveva scelto di edificare lì la loro nuova grandiosa residenza.

Palazzo Farnese a Roma

Palazzo Farnese a Roma

Palazzo Farnese, voluto dal Cardinale Alessandro Farnese, è un progetto grandioso: non più un palazzo rivolto verso il Tevere, ma un affaccio verso il mercato di Campo de’ Fiori e la zona commerciale a creare una nuova piazza. Il progetto era in origine molto più esteso di quanto vediamo noi oggi: Michelangelo, infatti, aveva progettato addirittura un ponte che, oltrepassando il Tevere, collegasse la nuova residenza con la villa suburbana della Farnesina, in via della Lungara.

Sull’onda del rinnovato prestigio dell’area, dal 1540, si moltiplicano i residenti celebri: Guglielmo Della Porta acquista e amplia due palazzi, i duchi Farnese acquistano il futuro palazzo Falconieri, e in breve tempo la zona raccolse i membri più rappresentativi della società rinascimentale romana in un susseguirsi di nobili, ambasciatori, ricchi borghesi e artisti. A far da contrasto a questa realtà, verso Ponte Sisto, si trovavano anche ospizi per poveri e pellegrini, abitazioni di prostitute di lusso, istituti caritatevoli per poveri e zitelle e addirittura le carceri, il tutto costellato da chiese titolari di varie nazioni.

via giulia giardini sul tevere

I giardini verso il Tevere dei palazzi Farnese e Falconieri prima della costruzione dei muraglioni (1860 circa)

Tra la fine del ‘500 e tutto il ‘600 è tutto in fermento e l’assetto definitivo di questa straordinaria via si avrà solo con il XVIII secolo ma è destinato a non durare.

Dopo la proclamazione di Roma capitale e l’unità d’Italia avviene l’ultima grande rivoluzione dell’area. Per fronteggiare le frequenti inondazioni del Tevere, a fine ‘800 si avvia il grandioso progetto di edificazione dei muraglioni, che stravolse l’urbe in maniera irreparabile. Le case lungo gli argini del fiume svanirono, interi quartieri furono rasi al suolo, e via Giulia cambiò radicalmente il suo volto: molti palazzi, sia di edilizia comune sia nobiliare, furono demoliti o ridimensionati e i giardini digradanti con i moli lungo il fiume divennero un ricordo del passato. Sparirono anche i numerosi mulini tiberini e con loro anche i traghettatori che per secoli avevano contribuito a collegare le due rive. Le logge dei palazzi rivolte verso il fiume (Sangallo-Medici, Sacchetti, Falconieri) oggi perdono di significato non avendo più lo splendido affaccio su corti, giardini, moli e il fiume.

via giulia ponte sisto

A. Ravaglioli – Lungotevere a monte di Ponte Sisto prima della costruzione dei muraglioni (1882)

Nonostante quest’ultimo colpo, l’area di Via Giulia conserva a tutt’oggi il suo indiscusso fascino e la sua eleganza, le strade seguono ancora oggi il tracciato cinquecentesco e i numerosi palazzi e chiese mantengono ancora splendide decorazioni ad abbellirne le facciate.

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Ettore Roesler Franz - Via Giulia

Ettore Roesler Franz – Via Giulia

Porta S.Lorenzo

Tiburtina Valeria

La via Tiburtina Valeria: un ponte verso l’Abruzzo.

La Tiburtina Valeria deve  il suo nome al luogo di destinazione, cioè Tivoli (in Latino “Tibur”) ed al primo console che la fece pavimentare.
Fatta costruire dal console Marco Valerio Massimo Potito, attorno all’anno 286 prima di cristo (467 Ab Urbe Condita), aveva il suo punto di inizio nell’attuale area di Piazza Vittorio, di fronte al monumentale “Ninfeo di Alessandro”, mostra e castellum aquae dell’acquedotto Claudio, o dell’Anio Novus.

trofei di Mario

Il ninfeo di Alessandro (noto come trofei di Mario) in Piazza Vittorio oggi ed in una ricostruzione dell’archeologo Gatteschi

Di questo monumento, di forma trapezoidale, meglio noto come “Trofei di Mario”, rimangono in loco copiosi resti di murature, mentre le decorazioni marmoree furono trasportate sul Campidoglio per ornare, dal 1590, la balaustra della cordonata michelangiolesca. I due trofei non appartengono però all’epoca di Mario ma sono bensì riferibili all’imperatore Domiziano, di cui celebrano le vittorie nei confronti di Catti e Daci, nell’anno 89 d.c.

trofei mario campidoglio

Sculture dei cosiddetti “Trofei di Mario” ora al Campidoglio – G.B. Piranesi (1761)

Fu solamente in seguito alla costruzione delle Mura Aureliane, nel terzo secolo, che l’inizio della strada venne situato a Porta Tiburtina. La strada, che fu restaurata tra il 48 ed il 49, nel suo secondo tratto, dall’imperatore Claudio, collega ancora oggi la capitale con Tivoli, Avezzano, Chieti e Pescara.
Questa arteria, che seguiva il tracciato naturale sfruttato fin dei tempi preistorici per la transumanza, venne, come tutte strade romane, utilizzata per fini militari, per diventare in seguito, la strada che molti nobili romani utilizzavano per raggiungere i loro luoghi di otium e di villeggiatura. L’area di Tibur era infatti, dopo quella di Tusculum, una delle più apprezzate dall’aristocrazia romana per la costruzione di ville, valga a proposito l’esempio della dimora del poeta Orazio, presso Licenza.

La Via Tiburtina Valeria al km 56.800, km 1.5 ad Est di Vicovaro.

La Via Tiburtina Valeria al km 56.800, km 1.5 ad Est di Vicovaro.

La via Tiburtina, che oltre alle città citate attraversava altri centri come Varia (Vicovaro), e Carsioli (vicino l’odierna Carsoli), fu prolungata, nel 350 a.c. fino all’antichissima città Equa di Alba Fucens, e successivamente, attraverso la pianura del Lacus Fucinus, fino al cuore dell’odierno Abruzzo.

Alba Fucens

Le rovine di Alba Fucens, nei pressi del comune di Massa d’Albe (AQ)

Fu elevata a strada “consolare” da Marco Valerio Massimo nel 284 a.c. e prolungata fino Teate (città dei Marrucini, odierna Chieti), ed Ostia Aterni, l’odierna Pescara, che per questo divenne un importante porto in età augustea.
La consolare, che nel suo tratto più vicino alla città sarebbe stata una delle prime ad essere investita dall’urbanizzazione (il quartiere di San Lorenzo sorse infatti già tra il 1884 ed il 1888), riprese una certa importanza nei secoli del Grand Tour, quando iniziò ad essere percorsa da viaggiatori ed artisti, desiderosi di visitare non solamente la celebre ed importantissima città di Tivoli, ma anche i centri minori della zona e le imponenti vestigia romane dei ponti e dei numerosissimi acquedotti della regione.

Giano, cui è dedicata la festività degli Agonalia di Gennaio

Festività Romane: Gennaio.

Le festività di Gennaio: Il mese sacro a Giano bifronte.

Con gennaio iniziamo la nostra serie di articoli dedicata alle festività del calendario romano. Questo mese venne aggiunto, insieme a febbraio, da re Numa Pompilio al precedente calendario romuleo, il quale non prevedeva il conteggio dell’inverno. Gennaio deve il suo nome a Giano bifronte, divinità primigenia dei latini, e a partire dal 153 a.c. il primo giorno di questo mese segnava l’entrata in carica dei nuovi consoli, inaugurando in questo modo l’anno amministrativo. L’insediamento dei magistrati era accompagnato da festeggiamenti in onore di Esculapio e di Veiove.

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Rappresentazione di Giano bifronte nel suo sacro bosco sul colle Gianicolo – Alciato, Emblemata 1546

La prima grande celebrazione del mese erano i Compitalia, detti anche Laralia, che molto spesso avvenivano tra il 3 ed il 5 gennaio. Malgrado la festività fosse proclamata da un magistrato pubblico, un pretore, essa rientrava fra i Popularia Sacra: feste né del tutto private, né del tutto pubbliche. Questa festività era indetta in onore dei “Lares Compitales” o “Lares Viales”, divinità protettrici del vicinato e degli incroci stradali, cui erano dedicati dei piccoli altari presso i crocicchi. In questi luoghi i Lari, riuniti in una rudimentale cappella, divenivano i genii protettori dei singoli pagi e accoglievano le offerte sacrificali delle famiglie della zona.
L’usanza di porre degli altari presso gli incroci, sopravvissuta nella pratica cristiana, era di provenienza rurale, e rispecchiava il carattere sacro dei compita (incroci), i quali, di volta in volta, segnavano il confine delle proprietà e formavano importanti luoghi d’incontro.

Larario rinvenuto a Roma, in Via dello Statuto nel 1883.

Larario rinvenuto a Roma, in Via dello Statuto nel 1883.

Di probabile origine etrusca, il culto di queste divinità fu introdotto dal re Tarquinio Prisco o da Servio Tullio, e fu poi ristabilito, dopo un periodo di abbandono dovuto alla “politicizzazione” eccessiva, dall’imperatore Augusto, che lo rese un culto pubblico. I sacrifici consistevano in dolci di miele, ed erano eccezionalmente officiati da schiavi, per i quali questo rappresentava un giorno di libertà. Durante la celebrazione della festività ogni famiglia appendeva al portone della propria casa, una statuetta della dea Mania, divinità infera di origine etrusca, personificazione della follia. Appendevano inoltre sui portoni altre figure fabbricate con la lana rappresentanti uomini e donne, accompagnante da richieste e protezioni ai Lari. Per quanto riguarda gli schiavi anziché figure di uomini, appendevano sfere o i panni morbidi di lana. Coloro che presiedevano la festività erano i magistri vici, sorta di “caporioni”, che in quell’occasione indossavano la toga praetexta (toga bordata di porpora riservata ai fanciulli e agli alti magistrati). Durante il periodo repubblicano alla festività furono aggiunti dei giochi pubblici, che tuttavia furono soppressi per ordine del senato nel 68 a.C.

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Statuette bronzee da larario in Carinzia, Austria.

Più o meno nello stesso periodo, il 5 gennaio, avvenivano i festeggiamenti in onore di Vica Pota, precedente alla romana Vittoria e alla greca Nike, questa dea derivava probabilmente da qualche antica divinità italica, forse l’etrusca Lasa Vecu. Il suo tempio sorgeva sulla collina sacra della Velia ed il suo nome proverrebbe dall’espressione latina vincendi atque potiundi (vincere ed impadronirsi).

Un’altra festività importante si svolgeva il 9 gennaio, ed era quella degli Agonalia. Dall’etimologia incerta, questa festa si svolgeva quattro volte l’anno, ed ogni volta era dedicata ad una differente divinità (quella di gennaio, in particolare, era celebrata in onore di Giano). La celebrazione consisteva nel sacrificio di un ariete nero nella Regia da parte del rex sacrorum e ciò ha fatto desumere che si trattasse di una festa molto antica e molto importante, in quanto, in età monarchica, è probabile che fosse officiata dal re in persona.

Il sacrifico del caprone nero durante la cerimonia degli Agonalia

Il sacrifico del caprone nero durante la cerimonia degli Agonalia

Un’altra festa religiosa di gennaio era quella del Septimontium, che aveva luogo l’undicesimo giorno del mese. Istituita, secondo la tradizione, da Numa Pompilio, constava di una processione lungo i sette monti (da non confondere con gli odierni “sette colli”) con relativi sacrifici da celebrare presso i siti dei 27 sepolcri degli Argei. Questi erano dei mitici principi greci i quali, secondo Varrone, sarebbero giunti nella zona al seguito di Ercole, per poi stabilirsi nel villaggio fondato dal dio Saturno sul Campidoglio, dopo aver scacciato dalla zona le popolazioni sicule e liguri che abitavano la zona.

La circostanza che la festa fosse originariamente riservata alle sole genti di stirpe latina, sembrerebbe una conferma dell’antichità della stessa, risalente addirittura al periodo proto-urbano dell’insediamento. Gradualmente fu estesa anche alle genti sabine, mentre in epoca imperiale si perse gradualmente il significato della festività, che divenne comune a tutta la città.

L’undici ed il quindici gennaio si celebravano invece i Carmentalia, in onore della ninfa Carmenta, antico oracolo poi deificato, che aveva un tempio alle pendici del Campidoglio, presso la porta Carmentale, nel quale era vietato indossare capi di pelle. Forse madre del leggendario Evandro, re della popolazione arcadica che abitava la zona in tempi mitici, era venerata anche come inventrice dell’alfabeto latino (si noti, a tal proposito, l’assonanza tra il suo nome e la parola latina carmen, componimento in versi) e protettrice delle partorienti. Il suo nome potrebbe significare priva di senno (da carere, essere privo), a causa dei deliri provocati dalla possessione divina che accompagnava il vaticinio. Iconograficamente veniva rappresentata con una corona di fave ai capelli e con un’arpa a simboleggiare le sue capacità profetiche. Si trattava di una festività osservata principalmente dalle donne, della quale non sono noti i particolari, ma sappiamo che il secondo giorno di festa voluto dalle matrone romane per onorare la dea che le aveva favorite nella loro battaglia contro il Senato, il quale aveva tentato di proibire loro l’uso delle carrozze.

Le festività del mese si concludevano poi con le Sementivae, celebrazione che segnava la fine della stagione della semina.

Per il mese successivo : Febbraio

non-catholic cemetery Emelyn Story

Cimitero Acattolico

Il Cimitero Acattolico: un luogo incantato tra tombe, gatti e mura romane.

All’ombra della celebre Piramide di Caio Cestio, dove il quartiere Ostiense si affaccia verso l’Aventino e a far da confine con il rione Testaccio si trova il Cimitero Acattolico, particolarissimo angolo di Roma.

L’attuale terreno del cimitero è stato sviluppato nel tempo dal ministro prussiano presso la Santa Sede in lotti lineari. Si suddivide, infatti, in cinque zone cronologiche: Antica, Vecchia, Prima, Seconda e Terza, ancora attiva a tutt’oggi.

Tale sviluppo ha fatto si che passeggiando da una parte all’altra del cimitero si percorre un’immaginaria linea temporale che mostra evidente il cambio di stile, gusti e approccio alla morte che hanno caratterizzato le varie epoche.

Ma come nasce il cimitero acattolico? Le vere origini sono purtroppo sconosciute, e non si ha traccia certa dei luoghi di sepoltura dei non cattolici prima che nel ‘700 il Vaticano concedesse l’utilizzo di questa zona accanto alla Piramide, anche se è praticamente certo che le inumazioni dei forestieri si svolgessero nei pressi del Muro Torto, luogo di sepoltura di prostitute, giustiziati, saltimbanchi e reietti di ogni genere.

La prima persona di cui si ha notizia certa della sepoltura in questo cimitero risale al 1738: è uno studente di Oxford di 25 anni chiamato Langton.

Piramide

La piramide ed il Cimitero Acattolico a Roma, Testaccio.

Il primo documento ufficiale che menziona il cimitero acattolico sembrerebbe essere la celebre carta di Roma del 1748 di Nolli e Piranesi, dove il cimitero è collocato nell’area denominata “prati del popolo romano”. L’area di Testaccio e dell’Ostiense, infatti, era ancora vera campagna o “Agro romano”, caratterizzato da prati, pascoli, vigne ed osterie fuoriporta che i romani dell’epoca amavano frequentare in allegria in occasione delle varie festività e non.

Nello statuto del cimitero del 1921 si afferma di “voler assicurare l’inumazione ai cittadini stranieri di fede protestante o greco-scismatica”, oggi semplicemente si rivolge in modo più ampio a tutti gli acattolici.

I primi anni della vita del cimitero acattolico furono abbastanza burrascosi. Molto spesso si verificavano infatti atti di vandalismo nei confronti dei non cattolici e delle loro tombe. Le inumazioni infatti dovevano svolgersi perlopiù nottetempo per non dare nell’occhio ed attirare la collera dei romani meno tolleranti. L’area inoltre è stata priva di una vera e propria recinzione completa almeno fino alla metà del 1900.

Un altro problema delle sepolture acattoliche era che fino al 1870 in questo particolare cimitero era addirittura vietato l’uso di croci ed epigrafi inerenti la gratitudine eterna o l’amore divino. Questo perché le autorità ecclesiastiche non ammettevano che vi potesse essere salvezza per chi fosse morto al di fuori della fede cattolica. Nel 1869 la Commissione pontificia, incaricata di esaminare ed eventualmente approvare le iscrizioni funerarie, rigettò la domanda di incidere su una lapide le parole: “Hier ruht in Gott”. Perfino espressioni come “God is love” furono vietate. Tutto cessò dopo il 1870. Oggi, infatti, è possibile trovare epigrafi di tutti i tipi: dalle citazioni cinematografiche a profondi pensieri filosofici, per arrivare alla semplice e secca: “Novità?”. Ma perdendosi nei vialetti del cimitero ci si può imbattere in epigrafi ancor più particolari come la sventagliata di mitra nazista diretta ai partigiani che si nascondevano qui durante i famosi scontri nell’adiacente Porta S.Paolo nella giornata dell’8 Settembre a seguito dell’annuncio dell’armistizio.

Novità?

Tomba di Umberto Missori

Nel cimitero hanno trovato riposo per la maggior parte inglesi e tedeschi; ma anche molti americani, scandinavi, russi e greci; persino qualche cinese e qualche rappresentante di paesi arabi o mediorientali, come Mohammed Hossein Naghdi, leader della resistenza iraniana assassinato a Roma nel 1993 ed oggi sepolto accanto a Gramsci.

Ci sono anche presenze italiane, principalmente grazie a legami di parentela con stranieri già sepolti qui, eccezion fatta per alcune illustri eccezioni come ad esempio Carlo Emilio Gadda, sepolto qui piuttosto che a Milano, per volere dell’allora sindaco di Roma Rutelli.

Ma il cimitero acattolico è soprattutto le tombe delle tante celebrità straniere che hanno deciso di soggiornare in quella che era considerata la città immancabile in ogni “Grand Tour” dei nobili rampolli ottocenteschi, una vera e propria “mecca degli artisti” come amava definire Roma Henry James, il “miglior salotto di Europa” a detta di Stendhal e, Goethe, che solo a Roma… solo a Roma aveva capito cosa voleva dire essere un uomo. Pittori, scultori, attori, ballerini, poeti e scrittori riposano in gran numero sotto i caratteristici cipressi all’ombra della Piramide, in alcuni casi i defunti non sono direttamente celebri, lo sono i loro parenti, come nel caso di August, semplice contabile ma figlio di Goethe, della figlia di Boecklin e della figlia e nipote di Tolstoj. Le due più note celebrità del cimitero acattolico sono John Keats, e Percy Bysse Shelley, due dei maggiori poeti romantici inglesi.

La tomba di John Keats

La tomba di John Keats

tomba di Percy Bysse Shelley

Tomba di Percy Bysse Shelley

 

Ma è possibile anche rendere omaggio a numerosi pionieri del progresso e della storia come scienziati, esploratori, straordinari archeologi (Krautheimer, il più grande studioso della civiltà romana e la signora Schliemann, moglie dello scopritore di Troia sono sepolti qui), architetti, grandi medici, politici e militari risorgimentali.

Alcune tombe sono caratterizzate poi da emozionanti opere d’arte come il celebre “Angelo del dolore” eseguito da William Wetmore Story per ricordare la moglie Emelyn scomparsa nel 1893: due anni dopo alla morte dello scultore i coniugi riposeranno sotto le ali dello stesso angelo.

Ma il cimitero acattolico non è solo un incredibile luogo di eterno riposo, ospita infatti con l’adiacente Piramide una delle maggiori colonie feline dei Roma, i Gatti della Piramide. Non è difficile imbattersi in qualche simpatico felino che si gode il sole o l’ombra sdraiato tra le tombe o appollaiato su qualche scultura. L’intera colonia è gestita da volontari ed i gatti sono tutti adottabili, sia materialmente che a distanza con una donazione. La presenza dei gatti rende una passeggiata all’ombra della Piramide ancora più interessante e rilassante.

gatto tomba

Un gatto del cimitero acattolico di Roma

Attraverso i secoli e le storie, a dispetto del luogo, molto sembra ancora vivo all’ombra della Piramide. Trecento anni di incredibili personaggi accompagnano chi vorrà avventurarsi alla scoperta di questo angolo di Roma davvero unico. Trecento anni di mescolanze tipicamente italiane, forse è questa l’Europa. Gli stranieri che riposano qui sarebbero rimasti forse dispiaciuti nel sapere che moltissimi italiani non conoscono questo posto, dopotutto loro amavano questa terra così tanto da volerci rimanere per sempre, e per molti di loro così è stato.

 

Per maggiori informazioni è possibile consultare il sito ufficiale qui.