Carnevale Romano

Carnevale Romano 1/3

Il Carnevale Romano: dai Saturnalia al medioevo.

L’origine del carnevale romano è ovviamente molto antica. Il nome deriva probabilmente dall’espressione carnem levare per indicare l’ultimo banchetto, il giorno del giovedì grasso, prima dell’inizio del periodo “di magro”, corrispondente alla Quaresima, durante il quale era appunto vietato il consumo di carne.

I prodromi delle festività carnevalesche possono essere rintracciati in alcune celebrazioni antiche, come le Dionisiache greche o i Saturnalia romani: questi avvenivano in dicembre, ed erano dedicati al dio del’agricoltura Saturno, assimilabile al greco Kronos. Durante questo tipo di festività avveniva lo scioglimento degli obblighi sociali, i quali lasciavano il posto all’inversione, allo scherzo, alla dissolutezza ed al rovesciamento delle gerarchie.  Ad esempio durante questa festa gli schiavi potevano considerarsi temporaneamente liberi, e come tali potevano comportarsi.

Un’altra similitudine con le celebrazioni del moderno carnevale era l’elezione, in forma caricaturale, di un princeps  a cui veniva assegnato ogni potere. Il princeps era in genere vestito con una buffa maschera e colori sgargianti tra i quali spiccava il rosso e rappresentava la personificazione di una divinità infera.

Legato al dinamismo del continuo rinnovarsi annuale e al continuo susseguirsi delle stagioni, il carnevale segnava un punto cruciale nel ciclo del calendario presso le molte culture rurali dell’Europa medievale; queste, avendo solo superficialmente recepito il messaggio delle gerarchie ecclesiastiche, attribuivano maggiore importanza alle festività legate al ciclo della natura, spesso di origine contadina o pre-cristiana, come questa.

Presente in forme differenti presso gli antichi, questa solennità subisce il processo una progressiva conquista dello spazio delle festività popolari da parte della Chiesa ed entra a far parte del calendario cattolico e del mondo ad esso pertinente, il quale ne assorbe il valore di momento di rinnovamento in cui il caos sostituisce temporaneamente l’ordine costituito per marcare la fine di un ciclo, prima di lasciare di nuovo posto al normale ordine.

Le prime fonti a noi note ad utilizzare la parola “carnevale” risalgono al medioevo. Per quello che riguarda Roma, Etienne de Bourbon, nel secolo XIII, è tra i primi a narrarci come, la prima domenica di quaresima, i cavalieri romani andassero a prendere il papa al Laterano, mentre i fanti, privi di scudi, si recavano nella periferica zona di Testaccio. Qui si svolgevano una serie di gare e di sacrifici animali, tra cui un orso (il quale, con la sua uscita, segnava l’apertura dei festeggiamenti), alcuni tori e di un gallo, i quali vengono interpretati dall’osservatore francese come simboli, rispettivamente, del diavolo, dell’orgoglio e della lussuria.

Testaccio, noto come mons de palio dal 1256, era il luogo dove si svolgevano, nel medioevo, i principali rituali del carnevale, tra cui, appunto, il palio dei cavalli e la caccia ai tori. Presenti negli statuti dal 1363, queste gare, che si svolsero a volte anche all’interno del Colosseo, vedevano un ampia partecipazione di giovani, ed una mortalità non indifferente, ci basti pensare che, nel 1332,  il bilancio fu di 11 tori, 18 uomini uccisi e 9 feriti. Queste cacce, che si concludevano la domenica con l’uccisione dell’animale, iniziavano il venerdì nei differenti rioni; qui il toro, con le corna infiocchettate, coronato di fiori e scortato da servitori, era il centro di una parata durante la quale si raccoglievano offerte di cibo da utilizzare per le Cuccagne.

I tori erano quindi cacciati, spada alla mano, da cavalieri che montavano a pelo, cioè senza staffe ne sella, i quali si avvalevano, allo scopo di difendersi e di irretire l’animale, di mantelli, manichini e di botti poste nell’arena a tale scopo. A queste competizioni furiose e selvagge si affiancavano attività più civili, come le giostre con la lancia per i cavalieri, o assolutamente innocue, come le pantomime di attori dilettanti o gli alberi della Cuccagna.

La tauromachia al monte Testaccio in una incisione del 1600

La tauromachia al monte Testaccio in una incisione del 1600

Un altro spettacolo violento del periodo carnevalesco era quello dei massacri di porci. Offerti dai tredici rioni, gli animali venivano sistemati su carrette coperte da drappi rossi con i simboli della città, a guisa di condannati a morte, per poi essere lanciati dal pendio, alla fine del quale, fracassatosi il mezzo e liberatisi gli animali, venivano attaccati da cacciatori a piedi.

Il Carnevale romano, che si svolgeva comprendeva eventi anche in altre zone della città, come Piazza Navona, dove si svolgeva il giovedì la parata dei carri, prevedeva spesso giochi della gioventù tra membri dei vari rioni. Ritualizzazione delle lotte tra quartieri, queste gare si svolgevano alla presenza del papa ed erano organizzate dalle corporazioni, tra le quali quella di bovattieri, dedita alla compravendita di terreni a scopo agricolo-pastorale e speculativo, aveva un ruolo preponderante.

Testaccio rimase il principale teatro delle festività del carnevale romano fino al 1466, anno in cui il pontefice, il veneziano Paolo II Barbo, trasferì le festività nel centro della città, fissandone con precisione gli spazi ed il calendario. Questo papa stabilì inoltre che le corse, le quali vedevano impegnati, in giorni successivi, ebrei, giovani, vecchi, asini, bufali e cavalli, si svolgessero sulla via Lata, che proprio per questo motivo sarà in seguito rinominata Via del Corso.

Partenza della corsa dei cavalli berberi da Piazza del Popolo

La partenza della corsa dei cavalli berberi a Piazza del Popolo

Se le corse di giudei, collocate in apertura del carnevale romano e finanziate col denaro della tassa imposta agli ebrei, sono una nota realtà di lungo corso accertata ben prima della regolamentazione di Paolo II, altre tradizioni riguardanti gli ebrei, come quella che li vorrebbe utilizzati alla stregua di animali da soma nella caccia ai tori, o quella secondo cui un vecchio ebreo sarebbe stato fatto rotolare dal Testaccio in una botte forata, sono leggende più tarde elaborate in un altro contesto culturale. Esistevano invece, almeno dal secolo XI, le giudiate, rappresentazioni farsesche ambulanti, che avvenivano su carri trainati da buoi, durante le quali venivano messi in scena e parodiati gli ebrei romani ed i loro costumi,

Proprio quando Testaccio, relegata a spazio periferico anche nel contesto carnevalesco, era ormai definitivamente estromessa dallo spazio rituale della festività, non più cittadina o rionale ma adesso definitivamente,  solennemente e saldamente ricondotta in orbita papale, si levano i primi rimpianti nostalgici di chi, come il nobile Marcantonio Altieri, nel XVI secolo, sosteneva che le nuove parate ed i pomposi spettacoli non avevano degnamente sostituito le sanguinose cacce ed i tornei dei tempi passati.

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