Palazzo Barberini Prospetto

Palazzo Barberini

PALAZZO BARBERINI: Un alveare nel cuore di Roma

 

Parlare dei Barberini a Roma significa parlare di una famiglia che non ha soltanto governato la città in uno dei suoi periodi più floridi, ma che ne ha anche trasformato irreversibilmente il volto pubblico, scrivendo importanti capitoli della sua storia e soprattutto della sua storia dell’arte.

Agli inizi del 1600 i “Tafani” di Barberino Val d’Elsa erano una ricca famiglia toscana in forte ascesa, politica ed economica. Il loro stemma, il tafano appunto, viene considerato poco consono per una famiglia dalle grandi ambizioni e dai grandi progetti politici ed è così che l’ape fa finalmente  la sua apparizione sullo stemma araldico di famiglia, diventando il loro simbolo per eccellenza. Una volta giunta a Roma l’aristocratica famiglia prende il nome di Barberini per non dimenticare il paese d’origine e inizia qui una scalata sociale che culminerà il giorno del 6 Agosto 1623, con l’elezione al soglio pontificio di papa Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini.

Stemma di Urbano VIII Barberini

Stemma di Urbano VIII Barberini

 

La famiglia più potente dell’Urbe necessita di una residenza appropriata ed è così che, nel 1625, inizia la costruzione del luogo simbolo del loro potere: Palazzo Barberini. Si pensa innanzitutto ad una totale risistemazione dell’area circostante il palazzo e soprattutto del cuore pulsante del quartiere che da questo momento prenderà il nome di Piazza Barberini. Al centro della piazza è il grande  Gian Lorenzo Bernini a realizzare la Fontana del Tritone, mitica divinità marina, che guarda caso poggia le sue squamose membra su di un piedistallo decorato con lo stemma dei committenti: le immancabili api.

 

Da qui volgendo lo sguardo in alto, verso la sommità del colle Quirinale, il nostro occhio viene catturato dalla maestosa residenza della famiglia, residenza che l’architetto Carlo Maderno inizia a costruire nel 1625, progettando un palazzo rettangolare che inglobi il preesistente Palazzo Sforza, di fattura rinascimentale. Il Maderno porta qui non solo il suo immenso bagaglio d’esperienza (essendo oramai un anziano architetto che si avvia verso la fine della sua vita), ma anche un promettente aiutante, un parente svizzero alle prime armi che si presenta al mondo con il nome di Francesco Borromini. I due collaborano al cantiere fino alla morte del maestro, avvenuta nel 1629. Il progetto passa quindi, per espressa volontà del Maderno, nelle mani del Bernini, che stravolge la pianta del palazzo aggiungendo le due ali alterali e trasformando l’edificio nella veste che ancora oggi ammiriamo. Il palazzo prende quindi una singolare forma ad H, con le ali laterali che nella zona antistante l’ingresso fungono da accompagnamento per il visitatore in arrivo, mentre nella parte posteriore segnano il passaggio verso gli – allora – immensi giardini all’italiana.

Alla sua conclusione Palazzo Barberini può a buon titolo definirsi una residenza (in quanto organizzato in modo perfetto come abitazione nobiliare), un luogo di rappresentanza (posto in una posizione sopraelevata e facilmente riconoscibile dalle zone circostanti e dotato di sale per ricevimenti ufficiali) e villa suburbana (per la presenza dei grandiosi giardini retrostanti che quasi trasformano la residenza in una villa di campagna). Invano oggi cercheremmo i giardini in cui i Barberini amavano passeggiare nelle giornate primaverili; questi sono stati lentamente ma inesorabilmente rosicchiati dalle esigenze urbanistiche e cementizie della Roma monarchica e poi fascista.

All’interno dell’ala est il Bernini realizza il maestoso scalone che conduce ai piani superiori; nell’ala opposta sarà il Borromini a creare la meravigliosa scala elicoidale in continuo dialogo con la prima e a segnare da subito una rivalità che perdurerà per il resto della vita dei due artisti.

 

La decorazione dell’interno rispecchia fedelmente quella che era la funzione degli ambienti, a partire dalle volte affrescate delle sale al primo piano che oggi ospitano i capolavori italiani del primo Cinquecento. Queste quattro sale fanno parte del nucleo originario di Palazzo Sforza e qui venne chiamato il pittore Antonio Viviani a decorare i soffitti con storie delle Genesi che alludono palesemente al tema della fertilità e della procreazione (come l’annuncio ad Abramo della gravidanza di Sara o Dio che dice ad Abramo “sarai padre di una moltitudine di popoli”), essendo questo l’appartamento abitato dal duca Mario Sforza dopo le sue nozze con Renée di Lorena.

I Barberini hanno ovviamente i loro pittori di corte; così a decorare le nuove sale del palazzo viene chiamato per primo Andrea Sacchi, che realizza, fra le altre cose, il grandioso “Trionfo delle divina Sapienza”, chiaro omaggio alla persona di Urbano VIII laddove le costellazioni rappresentate ricreano la congiunzione astrale verificatasi la notte fra il 5 e il 6 agosto, data dell’elezione del pontefice.

Amico e successore del Sacchi nelle grazie dei Barberini è Pietro da Cortona, a ragion veduta considerato uno dei padri del movimento barocco in Italia. E’ il pittore aretino a realizzare il celebre “Trionfo della Divina Provvidenza” nel salone principale del palazzo, ma non c’è da stupirsi se tale affresco oggi è noto ai più con il nome di “Trionfo Barberini”.

Al centro della grandiosa decorazione difatti, quasi in posizione di supremazia rispetto alla reale protagonista che è la divina provvidenza, si pongono le virtù cardinali che sorreggono una corona dall’alloro dalla bizzarra forma di stemma, all’interno della quale svolazzano guarda caso tra api dorate e al di sopra della quale le personificazioni della Gloria e della Città di Roma sorreggono rispettivamente le chiavi papali e il triregno, la tiara posta sul capo dei pontefici al momento della loro incoronazione. Ai lati dell’affresco sono poste allegorie simboleggianti gli effetti del buon governo del pontefice Urbano VIII: la pace è richiamata dalla presenza del tempio di Giano con le porte della guerra chiuse; le virtù sconfiggono i vizi laddove Ercole sconfigge le arpie; l’amore spirituale trionfa sulla lascivia che viene cacciata dal letto di Cupido; l’intelletto è simboleggiato da Minerva che campeggia sulla scena della caduta dei giganti, simbolo delle forza bruta sconfitta dall’intelligenza.

Pietro da Cortona - Trionfo della Divina Provvidenza

Pietro da Cortona – Trionfo della Divina Provvidenza

La storia della collezione d’arte qui ospitata nasce quindi in questo periodo, con i Barberini che si distinguono per essere non solo dei grandi mecenati ma anche dei grandissimi collezionisti (d’altronde è vero o no che Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini?), pronti ad accaparrarsi ad ogni costo i pezzi migliori delle collezioni altrui e delle antichità che venivano riportate alla luce nella città di Roma. Con l’unità d’Italia in un primo tempo la collezione viene salvaguardata ma un discutibile Regio Decreto del 1934 abolisce ogni vincolo alla vendita dei pezzi della galleria e lasciano così l’Italia alcuni capolavori di Dürer, Caravaggio, Guercino, Poussin, Guido Reni ed altri. Ciononostante, fermata l’emorragia di opere d’arte, la galleria vanta ancora oggi una cospicua raccolta di capolavori pittorici che attraversano l’arte italiana dal 1200 al 1700 e possiamo annoverare fra questi, su tutti, la “Fornarina” di Raffaello e “Giuditta e Oloferne” del Caravaggio.

 

La collezione della Galleria nazionale d’arte antica è trattata nel dettaglio in questo articolo, per ulteriori approfondimenti si può consultare il sito istituzionale del Museo

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  1. […] Barberini behind, and going up along via delle Quattro Fontane we quickly reach the big gates of Palazzo Barberini’s […]

  2. […] scavando nel fossato del mausoleo di Adriano nel 1624, per arricchire la prestigiosa collezione di Palazzo Barberini, affidandone il restauro a Gian Lorenzo Bernini. La scultura venne poi acquistata da Re Ludwig di […]

  3. […] Per maggiori informazioni sul palazzo ed i Barberini si rimanda al precedente articolo pubblicato qui. […]

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