zampognari abruzzesi

Natale a Roma

Festività nella Roma pontificia: Il Natale, tra rappresentazioni sacre e gozzoviglie profane.

E’ noto ai più come le festività, nella Roma papale, rappresentassero qualcosa di “estremamente serio”. All’interno di questo circo dell’effimero, che si sviluppò a partire dal Rinascimento e che vide il suo picco nel XVIII secolo, non era affatto raro che le festività religiose, estremamente spettacolarizzate, fornissero l’occasione per festeggiamenti sfarzosi. Queste baldorie, indissolubilmente legale alla realtà romana, apparivano spesso invece agli stranieri poco rispettose del carattere liturgico delle cerimonie.

Il Natale, festività religiosa tra le più importanti, ben rappresentava questa mescola di sacro e profano; divisa com’era tra gesti di devozione, chiassosi bagordi ed editti papali che tentavano in vano di rendere la città, almeno per un giorno, un simbolo di moralità.

I festeggiamenti del Natale prendevano avvio ufficialmente il 25 novembre, giorno di Santa Caterina, con l’arrivo dall’Abruzzo degli zampognari. Solitamente pastori o contadini, questi suonatori, che a volte ancora oggi è possibile scorgere durante il periodo natalizio, facevano echeggiare il suono di zampogne e ciaramelle, di giorno e di notte, presso le edicole sacre della città (unica forma di illuminazione pubblica).

Se per i romani l’arrivo rappresentava un insostituibile momento di allegria, non sempre dello stesso avviso erano i numerosi stranieri residenti in città. Ad esempio Stendhal annotava nel suo diario il proprio disappunto per il fatto di essere costantemente svegliato “già alle quattro della mattina dai pifferai o suonatori di cornamusa”. L’opinione in proposito, diametralmente opposta, del popolo romano ci viene invece riportata dal Belli. Uno dei suoi popolani immaginari pronuncia infatti queste parole: “E cquelli che de notte nu li vonno? Poveri sscemi! Io poi, ‘na stiratina, e mme li godo tra viggij’e sonno”.

Natale a Roma

Zampognari abruzzesi a Roma presso una madonnella.

Le origini forestiere di questi musicisti di strada facevano si che i romani spesso non comprendessero i testi da loro cantati. L’inarrestabile spirito popolare ipotizzava quindi ironicamente che potessero recitare “E quanto so’ minchioni ‘sti romani – che danno da magnà a ‘sti villani”. Il “cachet” degli zampognari ammontava solitamente a due paoli per una novena (periodo di nove giorni), durante la quale eseguivano due serenate ogni giorno, di mattina e di sera. Sempre Stendhal ci riferisce che coloro che avevano fama di liberali, per evitare problemi e “per essere ben visti dai vicini”, si abbonavano addirittura per due intere novene.

Come accennato in precedenza i romani dei secoli passati erano spesso molto turbolenti durante la notte di Natale ed i giorni successivi. Basti pensare, in proposito, che il ruolo degli attuali “botti”, era normalmente svolto da spari di archibugio. Erano quindi numerosi i tentativi papali, tramite la minaccia di pene corporali o pecuniarie, volti ad evitare i numerosi “eccessi”.

Durante la “Natività di Nostro Sig. Giesù Christo” erano infatti “ da fuggirsi strepiti, gridi e rumori di notte, come origine di molti scandali e occasione di diversi peccati”. Erano, più in generale, da evitare “negotij profani” di ogni sorta; inutile dire che tali minuziose norme non ottenevano mai i risultati auspicati.

Una delle proibizioni più sentite dai romani durante il Natale era quella che intimava la chiusura alle osterie ed agli alberghi dalle due di notte alle sedici del giorni successivo, in modo da eliminare ogni “occasione di scandali”. Tra i divertimenti ammessi c’era invece la tombola, che fino alla prima guerra mondiale veniva solitamente giocata nelle piazze, a debita distanza dalle chiese.

tombola lotto roma trastevere

1876 – Roma – Tombola a Trastevere

Un divieto che si tentava in ogni modo di far rispettare era quello relativo alla prostituzione. Tollerata durante il resto dell’anno, era severamente proibita durante a notte di Natale, al punto che “cortigiane, e Donne di disonesta vita” non potevano girare per la città, neanche “sotto pretesto di andare alle Messe”.

Alcune disposizioni, il cui senso può apparire all’osservatore d’oggi piuttosto oscuro, riguardavano invece, nel sei e settecento, le suore. Dal momento che durante le maggiori festività le chiese divenivano spesso luoghi di incontri mondani, nei quali oltre a “circoli e colloquij”, non mancavano gli atti “indecenti”, era vietato aprire i monasteri “fino alla mattina di giorno”. Nel tentativo di rifuggire ogni sorta di mondanità era inoltre fatto tassativo divieto alle suore di allestire presepi.

L’usanza del presepio si diffonde a Roma a partire dal Cinquecento, periodo in cui si iniziò a rappresentare la Natività in molte chiese ed abitazioni private. Ancora nell’Ottocento le famiglie nobili esibivano statuine confezionate da noti artisti, ed alcune – i cui portoni erano riconoscibili grazie ad una corona di mortella – ammettevano i curiosi ad ammirare il proprio presepe.

Il più noto fra tutti era indubbiamente quello dell’Aracoeli, secondo Giggi Zanazzo “er più mmejo presepio che sse vedessi a Roma; e la ggente p’annallo a vvedè ce faceva a ppugni”. Il protagonista indiscusso di questa rappresentazione era il miracoloso bambinello, che una fantasiosa narrazione voleva dipinto dagli angeli, scolpito alla fine del ‘400 da un ulivo dell’orto del Getsemani. La superstizione popolare riteneva che il bambino fosse in grado di sfuggire ai ladri e tornare sempre al proprio posto, proprietà questa sfortunatamente smentita quando, all’inizio del 1994, la statuina fu rubata.

bambinello aracoeli roma

Roma – Il presepe della basilica di Santa Maria in Aracoeli

Tale bambinello era ritenuto talmente prodigioso che molti moribondi romani, grazie ad una carrozza appositamente destinata dal principe Torlonia, chiedevano di poterlo baciare. La credenza del popolo riconosceva alla statua infatti delle proprietà diagnostiche “je se fanno li labbrucci rossi, è ssegno de guarizzione; si ar contrario je se fanno bbianche, è segno che er moribbonno more”.

Ovviamente, oggi come ieri, al centro delle festività natalizie era il tradizionale cenone di magro. Particolarmente interessante diveniva, la notte tra il 23 ed il 24 dicembre, il cottìo, l’asta notturna del pesce – prima dell’Unità al portico d’Ottavia o a via delle Coppelle, poi al mercato di via di San Teodoro – che mai come in quell’occasione era frequentata ed animata.

Roma - Il cottio alla Pescheria

Roma – Il cottio alla Pescheria

Quanto ai dolci, oltre al torrone, si consumabano ingenti quantità di pangiallo. Questa leccornia a base di mandorle, noci, nocciole, canditi, pinoli, miele, uva passa e cioccolato, all’interno di una glassa colorata con zafferano, sarebbe col tempo stata rimpiazzata dal panettone milanese.

Malgrado gli inviti alla continenza, come da copione, “Monzignori e Cardinali” erano soliti più di chiunque altro, durante gli spettacoli di musica sacra che tenevano nei loro palazzi, intrattenersi in libagioni e luculliani banchetti.

Circostanza questa ironicamente sottolineata dal solito Belli: “mo entra una cassetta de torrone\ mo entra un barilozzo de caviale\ mo er porco, mo er pollastro, mo er capone\ mo er fiasco de vino padronale \ poi entra er gallinaccio, poi l’abbacchio. \ L’oliva dorce, er pesce de Fojjano \ l’ojjo, er tonno, l’inguilla de Comacchio”.

Insomma una singolarissima processione profana che propiziava i numerosi convivi e simposi che avrebbero riempito le giornate dei prelati per i giorni venire.

Se si vuole continuare la tradizione della visita ai presepi durante il Natale a Roma ecco un link con alcuni dei più noti e caratteristici.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *