Rocca Ardeatina

Ardeatina

Il mistero della via Ardeatina.

La via Ardeatina , nella serie delle vie suburbane, risulta essere una delle meno ragguardevoli e la meno riconosciuta nel corso relativo. Questa strada, di cui abbiamo notizia grazie ai Cataloghi Regionari, giungeva all’antica città di Ardea, sede dei Rutuli, una delle località più importanti del lazio meridionale trai secoli VIII e VI a.c., fatto questo che ne comproverebbe l’antichità. Distante da Roma all’incirca 24 miglia, questo insediamento vanta origini mitiche, di volta in volta attribuite a Danae, figlia del re di Argo, oppure a Ardeas, figlio di Odisseo e Circe. La decadenza precoce di Ardea, in stato di semi-abbandono agli albori dell’età imperiale, e la concorrenza delle vie commerciali adiacenti, resero però ben presto l’Ardeatina una strada poco frequentata. Inoltre, nel corso del medioevo e dell’era moderna, il tracciato originale fu stravolto a tal punto che oggi non è possibile restituirne l’andamento di un tempo, specialmente nel tronco suburbano. Ad ogni modo, secondo gli studi del Tomassetti, la via:

<partiva dalla Porta Nevia del recinto primitivo urbano, piegava a sinistra verso l’Appia, con la quale non aveva comune il percorso ma proseguiva sulla destra, quindi passava tra San Sebastiano e la tenuta detta Tor Marancia; poi tra Zampa di bove e la via dell’Annunziatella, poi fra Tor Carbone e Sant’Alessio, poi dentro la Cecchignola, ove fu rintracciata nel 1828; poi per Casal Giudio, Monte Migliore, Solfaratella e Santa Procula raggiunge il castello di Ardea>.

ardeatina

Via ardeatina alla Cecchignola – Ritrovamento negli anni ’80

L’autore cita, a tal proposito, un’interessante fonte secondo la quale dalla Porta Nevia partiva anche la vicina via Laurentina. L’esistenza stessa di tale via, contribuì alla concorrenza della quale sopra accennavo che causò l’abbandono del tracciato ardeatino.

L' antica via Ardeatina - particolare

L’ antica via Ardeatina – particolare

I ritrovamenti di cospicue proprietà antiche e del medioevo, cimiteri cristiani e basiliche, convincono gli studiosi che la via fosse comunque frequentata sia nell’antichità che nel medioevo. In età medievale infatti la via Ardeatina restò comunque parzialmente in uso, malgrado le località verso cui conduceva fossero spopolate. Così, ad esempio, sorse ai piedi dell’abbandonata rocca di Ardea, nella località che oggi mantiene il nome di Casalazzara, un lazzaretto che ospitava i lebbrosi espulsi da Roma. In età moderna l’unico evento degno di nota nella zona fu invece, nel 1700, la fondazione del santuario del divino amore.
Un interessante passo del Tomassetti sottolinea lo stato di abbandono in cui versava la zona, ancora alla metà degli anni ’50 del Novecento:

<Mancanza d’acqua nel tronco medio, di ricoveri, di tutto. Quivi sfoggia tutta la sua prepotenza dei pecorari, che si lasciano impunemente insidiare alla vita dei passeggeri. In una delle gite su questa via siamo stati assaliti da una truppa di sei cani mastini; e se uno dei miei compagni, armato di fucile, non ne avesse fatto ruzzolare il più veloce ad arrivarci, saremmo stati in pericolo di vita>.
L’ultima rilevante sventura che conferma le difficoltà che questa strada ebbe nel corso dell’era moderna è la sparizione della porta urbana da dove partiva. La via Ardeatina usciva dalla Porta Nevia delle mura Serviane, sul ciglio dell’Aventino a eguale distanza tra le chiese di San Saba e Santa Balbina.

Secondo gli studi del Tomassetti, ma anche solo a rigor di logica, la via doveva avere anche un uscita sul più ampio recinto Aureliano, di cui però non si ha traccia, facendo supporre che la porta sia stata chiusa in tempi antichi. La porta Ardeatina di età imperiale invece fu stravolta nel XVI secolo da Antonio di Sangallo, che la demolì nel 1538 durante i lavori di fortificazione di quella parte delle mura. Una piccola porta invero esiste nelle mura Aureliane, tra il bastione del Sangallo e la porta Appia: <con architrave e stipiti di travertino e una luce di metri 2.90> Ma la posizione di essa, visibile ancora oggi, che non guarda la campagna, la qualità della costruzione e l’esame del suolo suburbano concorrono a escludere totalmente che questa porta possa avere avuto relazioni con la via Ardeatina.

Carnevale Romano

Carnevale Romano 1/3

Il Carnevale Romano: dai Saturnalia al medioevo.

L’origine del carnevale romano è ovviamente molto antica. Il nome deriva probabilmente dall’espressione carnem levare per indicare l’ultimo banchetto, il giorno del giovedì grasso, prima dell’inizio del periodo “di magro”, corrispondente alla Quaresima, durante il quale era appunto vietato il consumo di carne.

I prodromi delle festività carnevalesche possono essere rintracciati in alcune celebrazioni antiche, come le Dionisiache greche o i Saturnalia romani: questi avvenivano in dicembre, ed erano dedicati al dio del’agricoltura Saturno, assimilabile al greco Kronos. Durante questo tipo di festività avveniva lo scioglimento degli obblighi sociali, i quali lasciavano il posto all’inversione, allo scherzo, alla dissolutezza ed al rovesciamento delle gerarchie.  Ad esempio durante questa festa gli schiavi potevano considerarsi temporaneamente liberi, e come tali potevano comportarsi.

Un’altra similitudine con le celebrazioni del moderno carnevale era l’elezione, in forma caricaturale, di un princeps  a cui veniva assegnato ogni potere. Il princeps era in genere vestito con una buffa maschera e colori sgargianti tra i quali spiccava il rosso e rappresentava la personificazione di una divinità infera.

Legato al dinamismo del continuo rinnovarsi annuale e al continuo susseguirsi delle stagioni, il carnevale segnava un punto cruciale nel ciclo del calendario presso le molte culture rurali dell’Europa medievale; queste, avendo solo superficialmente recepito il messaggio delle gerarchie ecclesiastiche, attribuivano maggiore importanza alle festività legate al ciclo della natura, spesso di origine contadina o pre-cristiana, come questa.

Presente in forme differenti presso gli antichi, questa solennità subisce il processo una progressiva conquista dello spazio delle festività popolari da parte della Chiesa ed entra a far parte del calendario cattolico e del mondo ad esso pertinente, il quale ne assorbe il valore di momento di rinnovamento in cui il caos sostituisce temporaneamente l’ordine costituito per marcare la fine di un ciclo, prima di lasciare di nuovo posto al normale ordine.

Le prime fonti a noi note ad utilizzare la parola “carnevale” risalgono al medioevo. Per quello che riguarda Roma, Etienne de Bourbon, nel secolo XIII, è tra i primi a narrarci come, la prima domenica di quaresima, i cavalieri romani andassero a prendere il papa al Laterano, mentre i fanti, privi di scudi, si recavano nella periferica zona di Testaccio. Qui si svolgevano una serie di gare e di sacrifici animali, tra cui un orso (il quale, con la sua uscita, segnava l’apertura dei festeggiamenti), alcuni tori e di un gallo, i quali vengono interpretati dall’osservatore francese come simboli, rispettivamente, del diavolo, dell’orgoglio e della lussuria.

Testaccio, noto come mons de palio dal 1256, era il luogo dove si svolgevano, nel medioevo, i principali rituali del carnevale, tra cui, appunto, il palio dei cavalli e la caccia ai tori. Presenti negli statuti dal 1363, queste gare, che si svolsero a volte anche all’interno del Colosseo, vedevano un ampia partecipazione di giovani, ed una mortalità non indifferente, ci basti pensare che, nel 1332,  il bilancio fu di 11 tori, 18 uomini uccisi e 9 feriti. Queste cacce, che si concludevano la domenica con l’uccisione dell’animale, iniziavano il venerdì nei differenti rioni; qui il toro, con le corna infiocchettate, coronato di fiori e scortato da servitori, era il centro di una parata durante la quale si raccoglievano offerte di cibo da utilizzare per le Cuccagne.

I tori erano quindi cacciati, spada alla mano, da cavalieri che montavano a pelo, cioè senza staffe ne sella, i quali si avvalevano, allo scopo di difendersi e di irretire l’animale, di mantelli, manichini e di botti poste nell’arena a tale scopo. A queste competizioni furiose e selvagge si affiancavano attività più civili, come le giostre con la lancia per i cavalieri, o assolutamente innocue, come le pantomime di attori dilettanti o gli alberi della Cuccagna.

La tauromachia al monte Testaccio in una incisione del 1600

La tauromachia al monte Testaccio in una incisione del 1600

Un altro spettacolo violento del periodo carnevalesco era quello dei massacri di porci. Offerti dai tredici rioni, gli animali venivano sistemati su carrette coperte da drappi rossi con i simboli della città, a guisa di condannati a morte, per poi essere lanciati dal pendio, alla fine del quale, fracassatosi il mezzo e liberatisi gli animali, venivano attaccati da cacciatori a piedi.

Il Carnevale romano, che si svolgeva comprendeva eventi anche in altre zone della città, come Piazza Navona, dove si svolgeva il giovedì la parata dei carri, prevedeva spesso giochi della gioventù tra membri dei vari rioni. Ritualizzazione delle lotte tra quartieri, queste gare si svolgevano alla presenza del papa ed erano organizzate dalle corporazioni, tra le quali quella di bovattieri, dedita alla compravendita di terreni a scopo agricolo-pastorale e speculativo, aveva un ruolo preponderante.

Testaccio rimase il principale teatro delle festività del carnevale romano fino al 1466, anno in cui il pontefice, il veneziano Paolo II Barbo, trasferì le festività nel centro della città, fissandone con precisione gli spazi ed il calendario. Questo papa stabilì inoltre che le corse, le quali vedevano impegnati, in giorni successivi, ebrei, giovani, vecchi, asini, bufali e cavalli, si svolgessero sulla via Lata, che proprio per questo motivo sarà in seguito rinominata Via del Corso.

Partenza della corsa dei cavalli berberi da Piazza del Popolo

La partenza della corsa dei cavalli berberi a Piazza del Popolo

Se le corse di giudei, collocate in apertura del carnevale romano e finanziate col denaro della tassa imposta agli ebrei, sono una nota realtà di lungo corso accertata ben prima della regolamentazione di Paolo II, altre tradizioni riguardanti gli ebrei, come quella che li vorrebbe utilizzati alla stregua di animali da soma nella caccia ai tori, o quella secondo cui un vecchio ebreo sarebbe stato fatto rotolare dal Testaccio in una botte forata, sono leggende più tarde elaborate in un altro contesto culturale. Esistevano invece, almeno dal secolo XI, le giudiate, rappresentazioni farsesche ambulanti, che avvenivano su carri trainati da buoi, durante le quali venivano messi in scena e parodiati gli ebrei romani ed i loro costumi,

Proprio quando Testaccio, relegata a spazio periferico anche nel contesto carnevalesco, era ormai definitivamente estromessa dallo spazio rituale della festività, non più cittadina o rionale ma adesso definitivamente,  solennemente e saldamente ricondotta in orbita papale, si levano i primi rimpianti nostalgici di chi, come il nobile Marcantonio Altieri, nel XVI secolo, sosteneva che le nuove parate ed i pomposi spettacoli non avevano degnamente sostituito le sanguinose cacce ed i tornei dei tempi passati.

Festività Febbraio

Festività Romane: Febbraio

Febbraio: il mese della purificazione.

lupercalia

Mosaico pavimentale dal sito di El Jem (Tunisia). Il mese di febbraio, particolare. III secolo d.C. Musée archéologique de Sousse

La prima festività di febbraio erano i Fornacalia, dedicati alla dea Fornax, la quale presiedeva ai forni per cuocere il pane. Questa celebrazione, come altre solennità romane, durava probabilmente nove giorni, cioè dalle Nonae di febbraio ai Quirinalia, il 17 del mese. I Quirinalia prendevano il nome dal dio Quirino, protettore delle attività pacifiche e delle “curie”. Tale parola deriva da “co-viria”, cioè adunanza di uomini, e designava i sottoinsiemi delle tribù dell’antica Roma con le loro assemblee politiche.

Durante i Fornacalia veniva offerta alla dea la Mola Salsa, una sorta di focaccia sacra utilizzata nei riti religiosi, che poteva essere offerta ad una divinità, distribuita in piccoli pezzi ai credenti come atto di purificazione, oppure utilizzata per cospargere gli animali destinati al sacrificio (da cui la parola italiana “immolare”). La Mola era preparata dalle vestali esclusivamente con del farro raccolto, a giorni alterni, nel periodo compreso tra none e le idi di Maius (7 al 15 maggio).

mola salsa

Bassorlievo raffigurante una Immolatio o offerta sacrificale – Santuario di Diana a Nemi (Carlsberg Glyptotek – Copenhagen)

Pochi giorni dopo l’inizio dei Fornacalia cominciavano a svolgersi anche i Parentalia, festività a carattere prevalentemente privato, che si celebravano ogni anno in onore dei Parentes, i defunti della famiglia. Ovidio, nei Fasti, ricorda la dea Tacita ed il rito a lei dedicato. Questo prevedeva che una vecchia, circondata da fanciulle, ponesse tre grani d’incenso sotto la porta, legasse fili ad un fuso e si mettesse in bocca sette fave nere. Dopo ciò bruciava sul fuoco una testa di pesce impeciato e cucito con amo di rame, spargendovi sopra del vino, bevendone poi colle fanciulle il residuo. Le celebrazioni si svolgevano dal 13 al 21, giorno questo riservato alla celebrazione delle Feralia,  la vera e propria festa dei morti. Era credenza comune che in tale giorno che le anime dei defunti potessero girare liberamente tra i vivi. Il termine era  legato all’usanza di portare (in latino “fero”) dei doni ai propri defunti; i cittadini romani recavano infatti offerte alle tombe dei propri antenati defunti che consistevano in ghirlande di fiori, spighe di grano, sale, pane imbevuto nel vino e viole. Alla festività avrebbe dato origine stesso Enea, il quale avrebbe versato vino e violette sulla tomba del padre Anchise. Ovidio ci narra di una volta in cui i Romani, avendo trascurato di celebrare le Feralia perché impegnati in una guerra, furono invasi dagli spiriti dei defunti. Questi, secondo il celebre poeta di Sulmona, uscirono dalle loro tombe e presero ad urlare e vagare per le strade della città. In questo giorno, che pure non apparteneva ai dies nefasti, i templi rimanevano chiusi, i magistrati non potevano indossare la toga praetexta e non venivano celebrati matrimoni.

Il giorno successivo era invece dedicato ai Caristia, festa ufficiale ma di ambito privato, fatta di banchetti e scambi di doni tesi a celebrare l’amore familiare. Le famiglie si riunivano per cenare insieme, scambiarsi regali ed offrire incenso Lari; portando così avanti una prosecuzione del riconoscimento del lignaggio familiare, che iniziava celebrando gli avi e continuava nel presente con i vivi.

banchetto

Mosaico con scena di banchetto romano, da Aquileia, V sec.

 

La festività più interessante del mese di Febbraio era senza dubbio quella dei Lupercalia, che aveva luogo nei giorni nefasti di febbraio, cioè dal 13 al 15. Si celebrava Fauno, dio della campagna, (solo successivamente fatto corrispondere al Satiro dei Greci), nella sua  accezione di Lupercus, protettore delle greggi dall’attacco dei lupi.

Secondo una leggenda, narrata ancora da Ovidio, in seguito al ratto delle sabine, vi sarebbe stato un prolungato periodo di sterilità delle donne romane. Secondo un oracolo queste donne, per porre fine alla loro sterilità, avrebbero dovuto essere penetrate da un sacro caprone; la giusta interpretazione fu poi data da un augure etrusco, che consigliò di sacrificare un capro e di tagliare la sua pelle a strisce, con le quali vennero colpite le donne, che dopo dieci mesi lunari partorirono.

I Lupercalia venivano celebrati nella grotta del Lupercale, sul Palatino, luogo in cui Romolo e Remo, sarebbero stati allattati da una lupa (secondo Dionigi di Alicarnasso, era proprio il miracoloso allattamento il principale motivo di celebrazione), ed una loro descrizione minuziosa ci viene fornita da Plutarco, nelle “Vite parallele”.

I Luperci, giovani sacerdoti del dio, seminudi, con le membra spalmate di grasso e una maschera di fango sulla faccia, erano divisi in due schiere di dodici membri ciascuna (secondo Dumézil e Mommsen è probabile che in origine le due schiere fossero formate dai membri delle gentes dalle quali prendevano il nome, cioè i Fabii e i Quinctii). Costoro, dopo il sacrificio di capre e, pare, di un cane, davano il benvenuto a due nuovi adepti, i quali venivano segnati sulla fronte con un coltello intinto nel sangue sacrificale, il quale veniva quindi asciugato con lana bianca intinta nel latte di capra, al che i due ragazzi dovevano ridere. Dopo un pasto abbondante dovevano poi correre intorno al colle Palatino, saltando e colpendo con le loro fruste sia il suolo per favorirne la fertilità sia chiunque incontrassero, ed in particolare le donne, le quali per ottenere la fecondità in origine offrivano volontariamente il ventre o le mani.

 

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Rappresentazione dei Lupercalia

 

Lupercalia furono una delle ultime feste romane ad essere abolite dai cristiani, sappiamo infatti che ancora si tenevano durante il pontificato di papa Gelasio

Seguivano i Terminalia, il 23 del mese, dedicati al dio Terminus, il quale vegliava sui confini tra i poderi e sulle pietre terminali, la sua rappresentazione scultorea era semplicemente una pietra o un cippo conficcato nel suolo per dividere le differenti proprietà.

Considerato da Plutarco l’unica divinità romana a rifiutare i sacrifici cruenti, dal momento che, per la sua festività, i suoi simulacri venivano ornati con una corona di fiori ed una focaccia, sappiamo in realtà da Ovidio che a questa divinità venivano spesso sacrificati anche agnelli o lattonzoli. Non vanno neppure dimenticati i resti, anche infantili, rinvenuti durante gli scavi del perimetro della così detta “Roma quadrata” sul colle Palatino. Si tratta, con tutta probabilità, di sacrifici umani che, al principio dell’età arcaica, servivano a sancire la sacralità dei confini cittadini. Infatti, chiunque avesse violato il perimetro sacro diveniva homo sacer, veniva cioè completamente isolato dalla comunità per avere messo in pericolo la pax deorum. Questa consisteva nel rapporto di amicizia tra la collettività e gli dei, il quale non poteva essere ristabilito dagli uomini stessi, neppure con la messa a morte del reo.

terminus

G.B. Castiglione – Baccanale davanti all’altare del dio Terminus (sec. XVIII)

Un altro cerimoniale antichissimo, oltre che di ardua interpretazione, era quello del Regifugium, quale aveva luogo il 24 febbraio, ed aveva il suo culmine nella fuga improvvisa dall’assemblea del rex saxrorum (la carica sacerdotale che si occupava di svolgere le funzioni sacre precedentemente attribuite al re).

La cerimonia era di significato oscuro già per gli stessi antichi; forse legata alla cacciata di Tarquinio il superbo, sappiamo che la cerimonia probabilmente segnava la fine dell’anno o, perlomeno, la sospensione delle attività del rex sacrorum.

Il 27 del mese avevano invece luogo gli Equirria (dal latino equicurria, cioè corse dei cavalli), una festività in onore di Marte, che aveva luogo anche il 14 marzo. Queste date rappresentavano i giorni dell’uscita dell’esercito e quindi l’inizio della stagione delle campagne militari annuali. Le stesse campagne terminavano sei mesi più tardi, il 15 ottobre, giorno dell’October Equus. I due giorni sacri avevano un duplice significato religioso e militare, ed avevano lo scopo di sostenere l’esercito, che veniva purificato dai sacerdoti, e di rafforzare la morale pubblica. La leggenda vuole che gli Equirria siano stati indetti per la prima volta dallo stesso Romolo, in onore del dio Marte, suo padre.

equirria

Théodore Géricault – Corsa di Cavalli (1817)

Per il mese precedente: Gennaio

Via Giulia

Via Giulia

Via Giulia: il perno della Roma rinascimentale.

Via Giulia è la più caratteristica e insigne delle strade della Roma papale e rinascimentale. I numerosi punti di interesse che si affacciano lungo il tragitto di via Giulia appartengono infatti ad un lunghissimo arco storico ed artistico che va dal medioevo al rinascimento e dal periodo barocco fino al ‘700.

Già nel medioevo, pur presentandosi come un fangoso e tortuoso tragitto, era considerata una delle vie maestre dell’urbe tanto da prendere il nome di “Via Magistralis”.

I primi interventi di ammodernamento risalgono a papa Sisto IV della Rovere. Fu lui, infatti, a ordinarne la ristrutturazione nell’ambito di un più ampio progetto di miglioramenti che interessarono l’area tra Ponte S.Angelo ed i mercati di Piazza Navona e Campo de’Fiori, in questa occasione l’antica via Magistralis cambiò nome in “Via Mercatoria” proprio perché conduceva alle aree di mercato.

Ma buona parte dell’aspetto odierno della via arriverà solo nel 1508 grazie al volere di papa Giulio II della Rovere che elaborò un massiccio piano di modernizzazione delle strutture organizzative cittadine medievali per dare risalto al potere politico della chiesa: la “Renovatio Romae”.

via giulia

Memoria dei lavori di Giulio II (1512)

Il celebre pontefice, incaricò quindi Bramante di progettare un asse viario che sarebbe divenuto la più lunga strada rettilinea di Roma (1 km) che facilitasse i collegamenti tra le diverse parti della città che andavano assumendo una grande importanza economica e sociale. In virtù di questo suo primato fu inizialmente chiamata “Via Recta”, ma in seguito vinse il toponimo di origine papalina, ovvero Via Julia dal pontefice Giulio II. In realtà il progetto finale del pontefice era ben più ampio e ambizioso: considerando che importanti edifici come la Cancelleria Apostolica, la Zecca e la Cancelleria Vecchia si trovano in zona, il pontefice fece progettare dal Bramante anche un Palazzo dei Tribunali che doveva riunire non solo tutte le corti giudiziarie, ma anche tutti i notai, trasformando quindi l’area nel centro della vita amministrativa cittadina.

L’intero progetto che Giulio II aveva in mente non venne però mai realizzato completamente: iniziati nel 1508, i lavori furono interrotti nel 1511, per non essere mai più ripresi. L’unica testimonianza che resta oggi del grandioso progetto del Tribunale sono i “sofà di Via Giulia”, colossali frammenti di pietra tra Via del Cefalo e Via del Gonfalone, che dovevano essere il basamento del palazzo.

palazzo dei tribunali via giulia

Via Giulia – Particolare delle fondazioni del Palazzo dei tribunali, più noti come i “sofa’ di via Giulia”

Pur incompleta, la strada assurse subito a un ruolo prestigioso nel contesto romano e molte furono le famiglie blasonate, perlopiù di origine toscana, che desiderarono edificare qui i loro palazzi nobiliari a testimonianza dell’importanza che la via rivestiva nell’economia cittadina. Dai Sacchetti ai Chigi e ai Ricci molti nobili decisero di risiedere qui, seguiti poi da altri quando Papa Leone X Medici salì al soglio pontificio e decise, in virtù della già numerosa colonia toscana lì presente, di potenziare ulteriormente tutta la zona, specialmente l’area dove sorgerà la chiesa di San Giovanni dei Fiorentini. Si edificarono splendidi palazzi con eleganti giardini digradanti verso il Tevere, molti dei quali dotati di piccoli moli privati.

Tra l’edilizia non nobiliare un ruolo di peso lo ebbero le locande e ricoveri per i pellegrini, la strada, infatti, era anche un importante punto di passaggio per raggiungere la Basilica di S. Pietro. Anche numerosi artisti di gran fama, come Raffaello, Cellini e Borromini, scelsero di vivere qui, facendo di via Giulia una sorta di quartiere degli artisti.

A rilanciare i lavori, sospesi a causa del sacco di Roma del 1527, nell’area attorno alla chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini furono il Sangallo, cui piacque molto l’idea del quartiere di artisti e nuova borghesia, e la famiglia Farnese, che aveva scelto di edificare lì la loro nuova grandiosa residenza.

Palazzo Farnese a Roma

Palazzo Farnese a Roma

Palazzo Farnese, voluto dal Cardinale Alessandro Farnese, è un progetto grandioso: non più un palazzo rivolto verso il Tevere, ma un affaccio verso il mercato di Campo de’ Fiori e la zona commerciale a creare una nuova piazza. Il progetto era in origine molto più esteso di quanto vediamo noi oggi: Michelangelo, infatti, aveva progettato addirittura un ponte che, oltrepassando il Tevere, collegasse la nuova residenza con la villa suburbana della Farnesina, in via della Lungara.

Sull’onda del rinnovato prestigio dell’area, dal 1540, si moltiplicano i residenti celebri: Guglielmo Della Porta acquista e amplia due palazzi, i duchi Farnese acquistano il futuro palazzo Falconieri, e in breve tempo la zona raccolse i membri più rappresentativi della società rinascimentale romana in un susseguirsi di nobili, ambasciatori, ricchi borghesi e artisti. A far da contrasto a questa realtà, verso Ponte Sisto, si trovavano anche ospizi per poveri e pellegrini, abitazioni di prostitute di lusso, istituti caritatevoli per poveri e zitelle e addirittura le carceri, il tutto costellato da chiese titolari di varie nazioni.

via giulia giardini sul tevere

I giardini verso il Tevere dei palazzi Farnese e Falconieri prima della costruzione dei muraglioni (1860 circa)

Tra la fine del ‘500 e tutto il ‘600 è tutto in fermento e l’assetto definitivo di questa straordinaria via si avrà solo con il XVIII secolo ma è destinato a non durare.

Dopo la proclamazione di Roma capitale e l’unità d’Italia avviene l’ultima grande rivoluzione dell’area. Per fronteggiare le frequenti inondazioni del Tevere, a fine ‘800 si avvia il grandioso progetto di edificazione dei muraglioni, che stravolse l’urbe in maniera irreparabile. Le case lungo gli argini del fiume svanirono, interi quartieri furono rasi al suolo, e via Giulia cambiò radicalmente il suo volto: molti palazzi, sia di edilizia comune sia nobiliare, furono demoliti o ridimensionati e i giardini digradanti con i moli lungo il fiume divennero un ricordo del passato. Sparirono anche i numerosi mulini tiberini e con loro anche i traghettatori che per secoli avevano contribuito a collegare le due rive. Le logge dei palazzi rivolte verso il fiume (Sangallo-Medici, Sacchetti, Falconieri) oggi perdono di significato non avendo più lo splendido affaccio su corti, giardini, moli e il fiume.

via giulia ponte sisto

A. Ravaglioli – Lungotevere a monte di Ponte Sisto prima della costruzione dei muraglioni (1882)

Nonostante quest’ultimo colpo, l’area di Via Giulia conserva a tutt’oggi il suo indiscusso fascino e la sua eleganza, le strade seguono ancora oggi il tracciato cinquecentesco e i numerosi palazzi e chiese mantengono ancora splendide decorazioni ad abbellirne le facciate.

Da non perdere il Museo Criminologico MUCRI

Ettore Roesler Franz - Via Giulia

Ettore Roesler Franz – Via Giulia

Porta S.Lorenzo

Tiburtina Valeria

La via Tiburtina Valeria: un ponte verso l’Abruzzo.

La Tiburtina Valeria deve  il suo nome al luogo di destinazione, cioè Tivoli (in Latino “Tibur”) ed al primo console che la fece pavimentare.
Fatta costruire dal console Marco Valerio Massimo Potito, attorno all’anno 286 prima di cristo (467 Ab Urbe Condita), aveva il suo punto di inizio nell’attuale area di Piazza Vittorio, di fronte al monumentale “Ninfeo di Alessandro”, mostra e castellum aquae dell’acquedotto Claudio, o dell’Anio Novus.

trofei di Mario

Il ninfeo di Alessandro (noto come trofei di Mario) in Piazza Vittorio oggi ed in una ricostruzione dell’archeologo Gatteschi

Di questo monumento, di forma trapezoidale, meglio noto come “Trofei di Mario”, rimangono in loco copiosi resti di murature, mentre le decorazioni marmoree furono trasportate sul Campidoglio per ornare, dal 1590, la balaustra della cordonata michelangiolesca. I due trofei non appartengono però all’epoca di Mario ma sono bensì riferibili all’imperatore Domiziano, di cui celebrano le vittorie nei confronti di Catti e Daci, nell’anno 89 d.c.

trofei mario campidoglio

Sculture dei cosiddetti “Trofei di Mario” ora al Campidoglio – G.B. Piranesi (1761)

Fu solamente in seguito alla costruzione delle Mura Aureliane, nel terzo secolo, che l’inizio della strada venne situato a Porta Tiburtina. La strada, che fu restaurata tra il 48 ed il 49, nel suo secondo tratto, dall’imperatore Claudio, collega ancora oggi la capitale con Tivoli, Avezzano, Chieti e Pescara.
Questa arteria, che seguiva il tracciato naturale sfruttato fin dei tempi preistorici per la transumanza, venne, come tutte strade romane, utilizzata per fini militari, per diventare in seguito, la strada che molti nobili romani utilizzavano per raggiungere i loro luoghi di otium e di villeggiatura. L’area di Tibur era infatti, dopo quella di Tusculum, una delle più apprezzate dall’aristocrazia romana per la costruzione di ville, valga a proposito l’esempio della dimora del poeta Orazio, presso Licenza.

La Via Tiburtina Valeria al km 56.800, km 1.5 ad Est di Vicovaro.

La Via Tiburtina Valeria al km 56.800, km 1.5 ad Est di Vicovaro.

La via Tiburtina, che oltre alle città citate attraversava altri centri come Varia (Vicovaro), e Carsioli (vicino l’odierna Carsoli), fu prolungata, nel 350 a.c. fino all’antichissima città Equa di Alba Fucens, e successivamente, attraverso la pianura del Lacus Fucinus, fino al cuore dell’odierno Abruzzo.

Alba Fucens

Le rovine di Alba Fucens, nei pressi del comune di Massa d’Albe (AQ)

Fu elevata a strada “consolare” da Marco Valerio Massimo nel 284 a.c. e prolungata fino Teate (città dei Marrucini, odierna Chieti), ed Ostia Aterni, l’odierna Pescara, che per questo divenne un importante porto in età augustea.
La consolare, che nel suo tratto più vicino alla città sarebbe stata una delle prime ad essere investita dall’urbanizzazione (il quartiere di San Lorenzo sorse infatti già tra il 1884 ed il 1888), riprese una certa importanza nei secoli del Grand Tour, quando iniziò ad essere percorsa da viaggiatori ed artisti, desiderosi di visitare non solamente la celebre ed importantissima città di Tivoli, ma anche i centri minori della zona e le imponenti vestigia romane dei ponti e dei numerosissimi acquedotti della regione.

Giano, cui è dedicata la festività degli Agonalia di Gennaio

Festività Romane: Gennaio.

Le festività di Gennaio: Il mese sacro a Giano bifronte.

Con gennaio iniziamo la nostra serie di articoli dedicata alle festività del calendario romano. Questo mese venne aggiunto, insieme a febbraio, da re Numa Pompilio al precedente calendario romuleo, il quale non prevedeva il conteggio dell’inverno. Gennaio deve il suo nome a Giano bifronte, divinità primigenia dei latini, e a partire dal 153 a.c. il primo giorno di questo mese segnava l’entrata in carica dei nuovi consoli, inaugurando in questo modo l’anno amministrativo. L’insediamento dei magistrati era accompagnato da festeggiamenti in onore di Esculapio e di Veiove.

Jauns

Rappresentazione di Giano bifronte nel suo sacro bosco sul colle Gianicolo – Alciato, Emblemata 1546

La prima grande celebrazione del mese erano i Compitalia, detti anche Laralia, che molto spesso avvenivano tra il 3 ed il 5 gennaio. Malgrado la festività fosse proclamata da un magistrato pubblico, un pretore, essa rientrava fra i Popularia Sacra: feste né del tutto private, né del tutto pubbliche. Questa festività era indetta in onore dei “Lares Compitales” o “Lares Viales”, divinità protettrici del vicinato e degli incroci stradali, cui erano dedicati dei piccoli altari presso i crocicchi. In questi luoghi i Lari, riuniti in una rudimentale cappella, divenivano i genii protettori dei singoli pagi e accoglievano le offerte sacrificali delle famiglie della zona.
L’usanza di porre degli altari presso gli incroci, sopravvissuta nella pratica cristiana, era di provenienza rurale, e rispecchiava il carattere sacro dei compita (incroci), i quali, di volta in volta, segnavano il confine delle proprietà e formavano importanti luoghi d’incontro.

Larario rinvenuto a Roma, in Via dello Statuto nel 1883.

Larario rinvenuto a Roma, in Via dello Statuto nel 1883.

Di probabile origine etrusca, il culto di queste divinità fu introdotto dal re Tarquinio Prisco o da Servio Tullio, e fu poi ristabilito, dopo un periodo di abbandono dovuto alla “politicizzazione” eccessiva, dall’imperatore Augusto, che lo rese un culto pubblico. I sacrifici consistevano in dolci di miele, ed erano eccezionalmente officiati da schiavi, per i quali questo rappresentava un giorno di libertà. Durante la celebrazione della festività ogni famiglia appendeva al portone della propria casa, una statuetta della dea Mania, divinità infera di origine etrusca, personificazione della follia. Appendevano inoltre sui portoni altre figure fabbricate con la lana rappresentanti uomini e donne, accompagnante da richieste e protezioni ai Lari. Per quanto riguarda gli schiavi anziché figure di uomini, appendevano sfere o i panni morbidi di lana. Coloro che presiedevano la festività erano i magistri vici, sorta di “caporioni”, che in quell’occasione indossavano la toga praetexta (toga bordata di porpora riservata ai fanciulli e agli alti magistrati). Durante il periodo repubblicano alla festività furono aggiunti dei giochi pubblici, che tuttavia furono soppressi per ordine del senato nel 68 a.C.

lari

Statuette bronzee da larario in Carinzia, Austria.

Più o meno nello stesso periodo, il 5 gennaio, avvenivano i festeggiamenti in onore di Vica Pota, precedente alla romana Vittoria e alla greca Nike, questa dea derivava probabilmente da qualche antica divinità italica, forse l’etrusca Lasa Vecu. Il suo tempio sorgeva sulla collina sacra della Velia ed il suo nome proverrebbe dall’espressione latina vincendi atque potiundi (vincere ed impadronirsi).

Un’altra festività importante si svolgeva il 9 gennaio, ed era quella degli Agonalia. Dall’etimologia incerta, questa festa si svolgeva quattro volte l’anno, ed ogni volta era dedicata ad una differente divinità (quella di gennaio, in particolare, era celebrata in onore di Giano). La celebrazione consisteva nel sacrificio di un ariete nero nella Regia da parte del rex sacrorum e ciò ha fatto desumere che si trattasse di una festa molto antica e molto importante, in quanto, in età monarchica, è probabile che fosse officiata dal re in persona.

Il sacrifico del caprone nero durante la cerimonia degli Agonalia

Il sacrifico del caprone nero durante la cerimonia degli Agonalia

Un’altra festa religiosa di gennaio era quella del Septimontium, che aveva luogo l’undicesimo giorno del mese. Istituita, secondo la tradizione, da Numa Pompilio, constava di una processione lungo i sette monti (da non confondere con gli odierni “sette colli”) con relativi sacrifici da celebrare presso i siti dei 27 sepolcri degli Argei. Questi erano dei mitici principi greci i quali, secondo Varrone, sarebbero giunti nella zona al seguito di Ercole, per poi stabilirsi nel villaggio fondato dal dio Saturno sul Campidoglio, dopo aver scacciato dalla zona le popolazioni sicule e liguri che abitavano la zona.

La circostanza che la festa fosse originariamente riservata alle sole genti di stirpe latina, sembrerebbe una conferma dell’antichità della stessa, risalente addirittura al periodo proto-urbano dell’insediamento. Gradualmente fu estesa anche alle genti sabine, mentre in epoca imperiale si perse gradualmente il significato della festività, che divenne comune a tutta la città.

L’undici ed il quindici gennaio si celebravano invece i Carmentalia, in onore della ninfa Carmenta, antico oracolo poi deificato, che aveva un tempio alle pendici del Campidoglio, presso la porta Carmentale, nel quale era vietato indossare capi di pelle. Forse madre del leggendario Evandro, re della popolazione arcadica che abitava la zona in tempi mitici, era venerata anche come inventrice dell’alfabeto latino (si noti, a tal proposito, l’assonanza tra il suo nome e la parola latina carmen, componimento in versi) e protettrice delle partorienti. Il suo nome potrebbe significare priva di senno (da carere, essere privo), a causa dei deliri provocati dalla possessione divina che accompagnava il vaticinio. Iconograficamente veniva rappresentata con una corona di fave ai capelli e con un’arpa a simboleggiare le sue capacità profetiche. Si trattava di una festività osservata principalmente dalle donne, della quale non sono noti i particolari, ma sappiamo che il secondo giorno di festa voluto dalle matrone romane per onorare la dea che le aveva favorite nella loro battaglia contro il Senato, il quale aveva tentato di proibire loro l’uso delle carrozze.

Le festività del mese si concludevano poi con le Sementivae, celebrazione che segnava la fine della stagione della semina.

Per il mese successivo : Febbraio

non-catholic cemetery Emelyn Story

Cimitero Acattolico

Il Cimitero Acattolico: un luogo incantato tra tombe, gatti e mura romane.

All’ombra della celebre Piramide di Caio Cestio, dove il quartiere Ostiense si affaccia verso l’Aventino e a far da confine con il rione Testaccio si trova il Cimitero Acattolico, particolarissimo angolo di Roma.

L’attuale terreno del cimitero è stato sviluppato nel tempo dal ministro prussiano presso la Santa Sede in lotti lineari. Si suddivide, infatti, in cinque zone cronologiche: Antica, Vecchia, Prima, Seconda e Terza, ancora attiva a tutt’oggi.

Tale sviluppo ha fatto si che passeggiando da una parte all’altra del cimitero si percorre un’immaginaria linea temporale che mostra evidente il cambio di stile, gusti e approccio alla morte che hanno caratterizzato le varie epoche.

Ma come nasce il cimitero acattolico? Le vere origini sono purtroppo sconosciute, e non si ha traccia certa dei luoghi di sepoltura dei non cattolici prima che nel ‘700 il Vaticano concedesse l’utilizzo di questa zona accanto alla Piramide, anche se è praticamente certo che le inumazioni dei forestieri si svolgessero nei pressi del Muro Torto, luogo di sepoltura di prostitute, giustiziati, saltimbanchi e reietti di ogni genere.

La prima persona di cui si ha notizia certa della sepoltura in questo cimitero risale al 1738: è uno studente di Oxford di 25 anni chiamato Langton.

Piramide

La piramide ed il Cimitero Acattolico a Roma, Testaccio.

Il primo documento ufficiale che menziona il cimitero acattolico sembrerebbe essere la celebre carta di Roma del 1748 di Nolli e Piranesi, dove il cimitero è collocato nell’area denominata “prati del popolo romano”. L’area di Testaccio e dell’Ostiense, infatti, era ancora vera campagna o “Agro romano”, caratterizzato da prati, pascoli, vigne ed osterie fuoriporta che i romani dell’epoca amavano frequentare in allegria in occasione delle varie festività e non.

Nello statuto del cimitero del 1921 si afferma di “voler assicurare l’inumazione ai cittadini stranieri di fede protestante o greco-scismatica”, oggi semplicemente si rivolge in modo più ampio a tutti gli acattolici.

I primi anni della vita del cimitero acattolico furono abbastanza burrascosi. Molto spesso si verificavano infatti atti di vandalismo nei confronti dei non cattolici e delle loro tombe. Le inumazioni infatti dovevano svolgersi perlopiù nottetempo per non dare nell’occhio ed attirare la collera dei romani meno tolleranti. L’area inoltre è stata priva di una vera e propria recinzione completa almeno fino alla metà del 1900.

Un altro problema delle sepolture acattoliche era che fino al 1870 in questo particolare cimitero era addirittura vietato l’uso di croci ed epigrafi inerenti la gratitudine eterna o l’amore divino. Questo perché le autorità ecclesiastiche non ammettevano che vi potesse essere salvezza per chi fosse morto al di fuori della fede cattolica. Nel 1869 la Commissione pontificia, incaricata di esaminare ed eventualmente approvare le iscrizioni funerarie, rigettò la domanda di incidere su una lapide le parole: “Hier ruht in Gott”. Perfino espressioni come “God is love” furono vietate. Tutto cessò dopo il 1870. Oggi, infatti, è possibile trovare epigrafi di tutti i tipi: dalle citazioni cinematografiche a profondi pensieri filosofici, per arrivare alla semplice e secca: “Novità?”. Ma perdendosi nei vialetti del cimitero ci si può imbattere in epigrafi ancor più particolari come la sventagliata di mitra nazista diretta ai partigiani che si nascondevano qui durante i famosi scontri nell’adiacente Porta S.Paolo nella giornata dell’8 Settembre a seguito dell’annuncio dell’armistizio.

Novità?

Tomba di Umberto Missori

Nel cimitero hanno trovato riposo per la maggior parte inglesi e tedeschi; ma anche molti americani, scandinavi, russi e greci; persino qualche cinese e qualche rappresentante di paesi arabi o mediorientali, come Mohammed Hossein Naghdi, leader della resistenza iraniana assassinato a Roma nel 1993 ed oggi sepolto accanto a Gramsci.

Ci sono anche presenze italiane, principalmente grazie a legami di parentela con stranieri già sepolti qui, eccezion fatta per alcune illustri eccezioni come ad esempio Carlo Emilio Gadda, sepolto qui piuttosto che a Milano, per volere dell’allora sindaco di Roma Rutelli.

Ma il cimitero acattolico è soprattutto le tombe delle tante celebrità straniere che hanno deciso di soggiornare in quella che era considerata la città immancabile in ogni “Grand Tour” dei nobili rampolli ottocenteschi, una vera e propria “mecca degli artisti” come amava definire Roma Henry James, il “miglior salotto di Europa” a detta di Stendhal e, Goethe, che solo a Roma… solo a Roma aveva capito cosa voleva dire essere un uomo. Pittori, scultori, attori, ballerini, poeti e scrittori riposano in gran numero sotto i caratteristici cipressi all’ombra della Piramide, in alcuni casi i defunti non sono direttamente celebri, lo sono i loro parenti, come nel caso di August, semplice contabile ma figlio di Goethe, della figlia di Boecklin e della figlia e nipote di Tolstoj. Le due più note celebrità del cimitero acattolico sono John Keats, e Percy Bysse Shelley, due dei maggiori poeti romantici inglesi.

La tomba di John Keats

La tomba di John Keats

tomba di Percy Bysse Shelley

Tomba di Percy Bysse Shelley

 

Ma è possibile anche rendere omaggio a numerosi pionieri del progresso e della storia come scienziati, esploratori, straordinari archeologi (Krautheimer, il più grande studioso della civiltà romana e la signora Schliemann, moglie dello scopritore di Troia sono sepolti qui), architetti, grandi medici, politici e militari risorgimentali.

Alcune tombe sono caratterizzate poi da emozionanti opere d’arte come il celebre “Angelo del dolore” eseguito da William Wetmore Story per ricordare la moglie Emelyn scomparsa nel 1893: due anni dopo alla morte dello scultore i coniugi riposeranno sotto le ali dello stesso angelo.

Ma il cimitero acattolico non è solo un incredibile luogo di eterno riposo, ospita infatti con l’adiacente Piramide una delle maggiori colonie feline dei Roma, i Gatti della Piramide. Non è difficile imbattersi in qualche simpatico felino che si gode il sole o l’ombra sdraiato tra le tombe o appollaiato su qualche scultura. L’intera colonia è gestita da volontari ed i gatti sono tutti adottabili, sia materialmente che a distanza con una donazione. La presenza dei gatti rende una passeggiata all’ombra della Piramide ancora più interessante e rilassante.

gatto tomba

Un gatto del cimitero acattolico di Roma

Attraverso i secoli e le storie, a dispetto del luogo, molto sembra ancora vivo all’ombra della Piramide. Trecento anni di incredibili personaggi accompagnano chi vorrà avventurarsi alla scoperta di questo angolo di Roma davvero unico. Trecento anni di mescolanze tipicamente italiane, forse è questa l’Europa. Gli stranieri che riposano qui sarebbero rimasti forse dispiaciuti nel sapere che moltissimi italiani non conoscono questo posto, dopotutto loro amavano questa terra così tanto da volerci rimanere per sempre, e per molti di loro così è stato.

 

Per maggiori informazioni è possibile consultare il sito ufficiale qui.

 

EUR

EUR

Il Quartiere EUR ed il sogno dell’Esposizione Universale.

“Europa” è oggi il nome ufficiale del quartiere da tutti noto come EUR; acronimo, come largamente noto di “Esposizione Universale Romana”. Era però, in verità, “E42” il nome inizialmente prescelto per la “città ultramoderna” che, nel 1942, avrebbe dovuto ospitare l’Esposizione universale di Roma. La data scelta non era assolutamente casuale, essa corrispondeva infatti al ventesimo anniversario della marcia su Roma. L’evento era già stato celebrato, a partire dal 1932, da una grande mostra, tenutasi nel palazzo delle Esposizioni e dedicata alla “rivoluzione fascista”, che ottenne grandissimo successo di pubblico.

L’idea di ospitare un’esposizione universale a Roma fu suggerita a Mussolini, per la prima volta, nel giugno 1935 da Giuseppe Bottai, il quale, sospeso dall’incarico di ministro delle corporazioni, era stato da poco nominato governatore della città. La grande innovazione, rispetto alle edizioni precedenti, i cui edifici avevano carattere temporaneo, era la natura stabile di quasi tutte le parti progettate, che avrebbero dovuto costituire il nuovo nucleo dell’espansione della città in direzione del mare.

progetto E42

Uno dei primi progetti dell’E42

Il piano della zona, stabilito dallo stesso gruppo di architetti che aveva progettato la città universitaria, fu successivamente rielaborato dal loro coordinatore, Marcello Piacentini, mentre per la progettazione dei singoli edifici furono invece banditi, dal 1937, quattro differenti concorsi.

Lo stile, definito razionalismo metafisico, in riferimento alla pittura di De Chirico, è espressione di un classicismo estremamente semplificato. Seppur improntato alla modernità, il complesso è, per ovvie esigenze di monumentalità e di propaganda, più retorico rispetto ad altre espressioni dell architettura italiana del periodo.

L'E42 in costruzione

L’E42 in costruzione

Allo scoppio della guerra, degli edifici previsti per l’EUR, erano stati completati solamente il Palazzo degli uffici dell’Ente ed il Villaggio operaio lungo la via Laurentina. Erano in costruzione, fra gli altri, i Palazzi dei congressi e della civiltà italiana, i quattro musei della piazza Imperiale, oltre alle fondazioni del teatro, della chiesa, dell’ufficio postale ed i palazzi dell’esedra di INA e Previdenza sociale. Era inoltre stata realizzata la parte strutturale delle stazioni della metropolitana che avrebbero dovuto collegare l’Esposizione con la stazione Termini. I tunnel furono utilizzati durante la guerra come rifugio antiaereo.

colosseo quadrato

Il Palazzo della civiltà Italiana in costruzione nel 1940

I lavori ripresero alcuni anni dopo la guerra. Nel 1950 fu terminata la via Cristoforo Colombo, già via dell’Impero, che il fascismo aveva lasciata interrotta, e nel 1951 si riprese la costruzione. Un nuovo progetto per l’EUR fu poi predisposto nel 1955, poi con il funzionamento della metropolitana arrivarono gli uffici del comune, enti dislocati e ministeri; seguiti da sedi di compagnie private. L’arrivo degli impiegati determinò l’apertura dei primi negozi, mentre nascevano le prime abitazioni nelle zone residenziali. Questa fase di trasformazione in centro direzionale, si avvalse invece dei linguaggi dell’international style, nel tentativo di fornire l’immagine di una società nel pieno della modernizzazione. L’ultima grande fase di sviluppo dell’EUR si ebbe in previsione della XVII Olimpiade, tenutasi nel 1960. Fu infatti in questa zona che furono realizzati il Palazzo dello sport, il Velodromo, e la Piscina delle Rose; allo stesso periodo appartengono il completamento di diverse zone e la costruzione del lago artificiale.

velodromo

Il velodromo olimpico di Roma demolito nel 2008

Per scoprire di più sul nuovo progetto di Fendi al Palazzo della civiltà italiana si può consultare il sito ufficiale qui.

Garbatella città giardino

Un luogo a misura d’uomo, nel cuore di Roma: La Garbatella.

La Garbatella fa parte dell’VIII municipio di Roma e si trova all’interno della zona Ostiense. Realizzato a partire dal 1920, vicino alla Basilica di San Paolo fuori le mura, pur non avendo sempre in passato goduto di buona fama, è ormai da tempo uno dei quartieri più vivaci della Capitale; ha inoltre ottenuto più recentemente il titolo di Rione – il primo fuori le Mura – vedendo così riconosciuta la sua origine storica e la sua valenza culturale.

L’origine del nome Garbatella è tuttora oggetto di discussione infatti, secondo un’ipotesi molto diffusa, il quartiere prenderebbe il nome dall’appellativo dato alla proprietaria di un’osteria, di nome Carlotta (o Maria), così tanto benvoluta dai viaggiatori, da essere soprannominata “Garbata Ostella”, successivamente abbreviato in “Garbatella”.

garbatella

La scritta Garbatella con l’ostessa della leggenda popolare.

Una seconda ipotesi sull’origine del nome Garbatella fa riferimento al tipo di coltivazione della vite detto “a barbata” o “a garbata” nella quale le viti vengono appoggiate ad alberi di acero od olmo, in uso nei terreni detti “Tenuta dei 12 cancelli” (comprendenti l’attuale via delle Sette Chiese), posseduti nel XIX secolo da monsignor Nicolò Maria Nicolai, noto agronomo, commissario generale dalla Camera Apostolica,  presidente dell’Accademia dei Lincei e della Pontificia Accademica romana di archeologia.

Il Quartiere Garbatella

Piazza Benedetto Brin

Garbatella fu fondata in una fase di grande sviluppo edilizio, da re Vittorio Emanuele III, che intendeva dotare Roma di un canale parallelo al fiume Tevere (mai costruito) che collegasse il centro città al porto di Ostia: per questo motivo i nomi di strade e piazze della zona hanno spesso riferimenti “marinari”.

pietra garbatella

Pietra di Fondazione della Garbatella posata da Vittorio Emanuele III nel 1920

La Garbatella è diventato con il tempo, un quartiere interessante e caratteristico grazie ai suoi scorci suggestivi e al suo essere “quartiere paese”, simile ad un piccolo borgo inserito in una metropoli. Staccato dai turistici rioni centrali e più caotici di Roma, la peculiarità del quartiere sta nel contenere un mix di architettura popolare e influenze architettoniche del barocchetto romano che la rendono una delle zone di Roma più singolari e affascinanti. A questo si aggiunge la sua vivibilità e vitalità anche intellettuale, testimoniata da centri culturalmente rilevanti come il Teatro Ambra alla Garbatella o il Teatro Palladium. I luoghi di interesse principali sono la cosiddetta Chiesoletta dei SS. Isidoro ed Eurosia in via delle Sette Chiese, le catacombe di Commodilla o la più recente “Fontana di Carlotta”.

La fontana di Carlotta

La fontana di Carlotta

Per rimanere sempre aggiornati su eventi ed iniziative alla Garbatella consigliamo di seguire il sito dell’associazione culturale Controchiave.