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Piazza Barberini - Barberini square

Piazza Barberini

Piazza Barberini, as the name says, is deeply connected to the Barberini family. A family that will change forever the appearence of this area.

 

Piazza Barberini gets its name from the powerful noble Barberini family, but before they transformed the square into an addition to their palace, this place was named “piazza Grimana” from Cardinal Grimani, who had a vineyard with a small house at the corner of this square, right where Via Veneto begins.

Piazza Barberini in 1847

Piazza Barberini in 1847

Ground level of Piazza Barberini is nowadays the result of many earth fillings that took places along centuries to fill up what used to be a deep valley between the Pincio Hill and the Quirinale hill.

This area was populated since the first centuries of the roman empire because it was considered very healthy and mosquitoes-free, but it will be deeply urbanized only in 1600 with the Barberini family. They begun the transformations of this area building an elm bordered road leading to the cappuccini monks monastery built by Cardinal Antonio, the brother of Pope Urbano VIII Barberini. They even commissioned the bees fountain and the merman fountain but above all they begun the construction of their wonderful family palace, Palazzo Barberini.

Despite all these remarkable additions to Piazza Barberini, this area remains rather suburban and countryside-like until half of the 1800, when its appearance will be deeply transformed with the opening of via Veneto and then via Regina Elena (nowadays called via Barberini) in 1926, connecting Termini central station with the city center. Because of this road, the Barberini Theater, built by architect Pietro da Cortona, was completely demolished, togheter with a full block of charming buildings from the 1600.

Piazza Barberini 1850 and today.

Piazza Barberini 1850 and today.

Since 1645 the wonderful merman fountain pours its clangorous water gushes right in the heart of Piazza Barberini. This wonderful fountain was built by Gian Lorenzo Bernini to celebrate the anniversary of the election of Pope Urban VIII Barberini, event that happened 20 years before the fountain was completed. The fountain, being a celebrative monument, gave immediately a strong scenic sense to the whole square, becoming a beacon for people coming from the city center.

The merman fountain is a wonderful artwork mixing allegoric decorations and natural elements: from a shallow basin four big dolphins with the barberini bees (the bees are the family crest of the Barberini family) use their tails to lift up a big seashell above which there is a crouching merman. The merman, blowing in the trumpet, creates a tall water gush towards the sky.

Piazza Barberini

Piazza Barberini in 1862

This artwork is deeply inspired to Ovid’s metamorphosis 1st book, according to which before the rebirth of mankind the world will have 4 ages in which calm will be brought back to the world by the gods. The merman Tritone, blowing the trumpet, will fill with sound the surrounding lands, calling back the world to order and peace.

Bernini took inspiration from this story and created a similar strong mythological figure to be the herald of the new golden age promoted by pope Urban VIII Barberini.

Pope Urban VIII Barberini

Pope Urban VIII Barberini

Leaving the Merman fountain and Piazza Barberini behind, and going up along via delle Quattro Fontane we quickly reach the big gates of Palazzo Barberini’s entrance.

 

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castel sant'angelo piranesi

Castel Sant’Angelo

Castel Sant’Angelo

Nascita ed evoluzione del castello di Roma

 

Castel Sant’Angelo, a seguito alle vicende trattate nell’articolo relativo al Mausoleo di Adriano, nasce ufficialmente come castello nel 547 con Totila re dei Goti. Totila infatti, dotato di grandi capacità strategiche, intuisce che è possibile dominare Roma soltanto controllando il Castello, come può essere chiamata da questo momento la tomba di Adriano. Viene anche deciso di costituire di là dal Tevere, un piccolo “burg” o borgo fortificato per alloggiare la guarnigione. Nel 590, durante una solenne processione indetta per scongiurare una terribile pestilenza che sconvolgeva la città, papa S.Gregorio Magno ebbe la visione, secondo la leggenda, dell’arcangelo Michele che, sull’alto del castello, rinfoderava una spada fiammeggiante. Sembra che in seguito a quest’avvenimento la peste cessò di mietere vittime. Per ringraziamento fu costruita una piccola cappella dedicata all’arcangelo Michele ed è da questa data che si comincia a designare, sia pure sporadicamente, la tomba di Adriano come “Castel Sant’Angelo”.

In questa epoca, anche se già esisteva la Basilica di S. Pietro i papi risiedevano principalmente nei Palazzi del Laterano e per recarsi alla Basilica, meta di pellegrinaggi e luogo dell`incoronazione papale, dovevano passare sul ponte difeso da Castel Sant’Angelo, unico accesso alla cittadella vaticana. L’importanza militare del Castello perciò si fa sempre più evidente ed è chiaro che chi ne è padrone ha in pratica tutta Roma in mano.

Alla morte di Leone III (816), che aveva portato a termine le fortificazioni del Castello iniziate dall’imperatore Carlo Magno, i romani distrussero le nuove mura simbolo di asservimento al potere imperiale. Nell’ 846, in seguito ad un’incursione dei Saraceni, che devastano e saccheggiano l’intera città, si sente il bisogno di ricostruire queste mura. Lo stesso imperatore Lotario ne ordina la costruzione e papa Leone IV le inaugura solennemente il 27 giugno 872, consacrando definitivamente l’importanza di Castel Sant’Angelo come baluardo di difesa verso i nemici esterni ed elemento di dominio verso la Città stessa. Con il decadere della potenza imperiale inizia a Roma un periodo di grandi lotte fra le grandi famiglie cittadine per impadronirsi del potere.

Castel Sant’Angelo viene ormai citato come fortezza e sembra dimenticato il suo antico uso tombale, assume invece anche la triste funzione di carcere che non abbandonerà più e per cui è tanto ricordato. Dal 980 al 1080 vi dimora la famiglia dei Crescenzi, che lo restaura e lo rinforza. Questa famiglia è tanto potente che riesce a imporre al Castello il nuovo nome di “Torre dei Crescenzi”. Dopo alterne vicende della storia di Roma, il Castello passa nelle mani dei più potenti signori romani i Pierleoni e poi degli Orsini. E’ proprio un componente di questa famiglia, Giovanni, che divenuto papa nel 1277 col nome di Nicolò III, pensa di trasferirsi dai palazzi lateranensi alla cittadella vaticana fortificandola ulteriormente e unendo addirittura il palazzo papale accanto alla Basilica di S. Pietro con il Castello mediante un passaggio sopra le mura, esistente ancora oggi e chiamato “passetto”, per rifugiarsi nella fortezza in caso di pericolo. Utilizzazione di breve durata, perché nel 1305 la sede papale, totalmente francofila, si trasferisce ad Avignone, dove rimarrà fino al 1377. E’ questo uno dei periodi più miseri per Roma, privata degli introiti che le dava la Corte pontificia e del commercio che si faceva attorno ad essa. La Città è in mano agli Orsini, prefetti del Castello.

castel S.Angelo

Festa della Girandola a Castel Sant’Angelo – G. Lauro, acquaforte (1624)

Nelle trattative con Avignone per il ritorno della sede apostolica a Roma, una delle principali condizioni è la concessione di Castel Sant’Angelo al papa. Nel 1367 con una significativa cerimonia vengono consegnate le chiavi ad un inviato papale e nel 1377 ritorna definitivamente dall’esilio avignonese il pontefice francese Gregorio XI, che conduce con sé una Corte asservita alla Francia. I romani non tollerano né questo stato di cose, né che il Castello sia nelle mani di castellani francesi ed alla morte di Gregorio Xl, nell’aprile del 1378, il Conclave, è costretto dalla cittadinanza romana ad eleggere un papa italiano, Urbano V. Questi si dimostra ostile ai francesi e pretende le chiavi del Castello nel quale, fra l’altro, è conservato il tesoro pontificio depositato da Gregorio IX. I cardinali francesi si riuniscono allora a Fondi e il 20 settembre 1378 eleggono un antipapa. Le due fazioni entrano in conflitto aperto e si affrontano il 30 aprile del 1379 nei pressi di Marino dove le truppe italiane sconfiggono quelle francesi. Castel S.Angelo, il simbolo dell’odiato dominio francese, viene preso d’assalto e demolito in gran parte. Ciò che rimane in piedi dopo tanto scempio è la struttura fondamentale adrianea: il quadrilatero di base, il grande cilindro e la torre centrale. Il resto, ovvero le costruzioni successive e tutto quanto rimaneva del rivestimento marmoreo, viene asportato e trasformato in materiale da costruzione.

 

Qualche anno dopo nel 1390, alla morte di Urbano VI, viene eletto Bonifacio IX (nobile napoletano della famiglia dei Tomacelli) che subito si accinge alla ricostruzione del Castello, passato ormai definitivamente nelle mani della Chiesa. D’ora in poi la storia del monumento procederà di pari passo con la storia del papato. In breve tempo il Castello venne restaurato grazie a Niccolò Lamberti di Arezzo, che imposta la fortificazione secondo i criteri di utilizzazione delle nuove e micidiali armi da fuoco che hanno rivoluzionato la tattica e la strategia militare. E’ con Bonifacio VIII che viene realizzato l’ambulacro tra il cilindro romano e la cinta quadrata, tagliando i setti radiali del mausoleo che si addossavano originariamente alla mole. Con i papi seguenti continuano una serie di importanti lavori che trasformeranno radicalmente la Mole Adrianea in un caposaldo inespugnabile del potere temporale del pontefice.

Ambulacro di Bonifacio VIII

Ambulacro di Bonifacio VIII

Papa Niccolo V (1447-55), con l’architetto Rossellino, precede ad un rafforzamento della cinta muraria, erigendo su tre dei quattro angoli del basamento torri rotonde che, insieme a due torrette di difesa al ponte S. Angelo, costituiscono un formidabile e imponente accesso alla cittadella vaticana, anch’essa ristrutturata in questo periodo ad opera del grande architetto Leon Battista Alberti. Inoltre, si inizia la costruzione di un appartamento papale vero e proprio a ridosso della torre centrale, che viene inglobata in costruzioni abusive e restaurato. I papi che seguono si occupano poco del Castello.

E’ solamente con l’elezione di Alessandro VI (1492-1503), lo spagnolo Rodrigo Borgia, che i lavori proseguono in grande stile grazie all’opera dell’architetto Antonio da Sangallo, che in circa tre anni (dal ’92 al ’95) compie lavori notevoli e innovatori. Questi lavori consistono principalmente nel rafforzamento delle mura quadrangolari con l’inglobamento delle torri esistenti in potenti bastioni ottagonali. Nella parte anteriore viene costruita non solo un’altra cinta muraria ma anche un’alta e massiccia torre adibita anche ad abitazione. Fu demolito invece il muro aureliano perché inutile e ingombrante. Risale probabilmente a quest’epoca il completo interramento della rampa elicoidale adrianea e la realizzazione al suo posto della rampa diametrale che consentiva l’ingresso solo attraverso un ponte levatoio. Inoltre fu sostituita la porta d’accesso al Vaticano (la porta Enea) con una di maggiori dimensioni, come testimoniano numerose stampe dell’epoca; fu infine scavato un fossato intorno al Castello. Anche la parte superiore del cilindro del Mausoleo viene restaurata e arricchita da una cortina di mattoni, mensole di marmo e archetti.

Il grande nemico dei Borgia, Giuliano della Rovere, diventato papa col nome di Giulio II, fa progettare dal suo architetto preferito, il Bramante, la splendida loggia prospiciente il Tevere. Leone X, il papa Medici, protettore delle arti, continua l’opera di abbellimento degli appartamenti pontifici commissionando addirittura a Michelangelo la facciata laterale della cappelletta nel cortile d’onore. Nel 1527, anno particolarmente funesto per la storia della città, durante il famoso Sacco di Roma ad opera delle truppe imperiali, papa Clemente VII, ancora un Medici, si rifugia letteralmente in fuga sotto una gragnuola di colpi, nel Castello, attraverso il Passetto, grazie al sacrificio dei suoi soldati svizzeri. Sarebbe poi riuscito a fuggire con uno stratagemma, travestito da contadino. Le fortificazioni resistono magnificamente all’assedio per sette mesi. Poi si viene a patti. Con un enorme esborso di denaro le truppe si ritirano. Anche Clemente VII lascia la sua impronta in Castel S. Angelo con la decorazione di due splendide sale e la costruzione del famoso bagno o stufa.

siege of castel s.angelo

Assedio di Castel Sant’Angelo, rifugio di Papa Clemente VII – Incisione di Maarten van Heemskerck –
Hieronymus Cock (1555 – 1556)

La storia di Castel Sant’Angelo è particolarmente legata al nome del pontefice Paolo III della famiglia Farnese che si occupò più dei suoi predecessori del”abbellimento del Castello. Anche questo papa ha come architetto Antonio da Sangallo, affiancato da Raffaello da Montelupo che si occuperà di tutta la parte scultoria: porte, finestre, camini, nicchie e soprattutto la splendida statua dell’arcangelo Michele. Il Sangallo progetta nuove fortificazioni poiché si teme un’invasione saracena. Disegna una cinta pentagonale, che non sarà realizzata, e fa erigere un terrapieno, tra l’altro spazzato via da una piena del Tevere nel 1557. All’interno vengono affrescate le splendide sale dell’appartamento paolino e la loggia contrapposta a quella di Giulio II, molto simile a quella di Palazzo Farnese.

Il successore di Paolo III, Pio IV, si affretta a portare a termine il progetto delle mura pentagonali del Castello, questa volta opera dell’architetto Laparelli, e dell’ampliamento delle mura di Borgo. Sul davanti viene aggiunto un portale ad opera di Silvestro Peruzzi, peraltro mai terminate. Dopo questi grandi lavori per qualche anno Castel Sant’Angelo fu trascurato fino all’elezione di Urbano VIII, Barberini, tanto odiato dai romani. Questi rivoluzionò tutta Ia parte anteriore del Castello, distruggendo la Torre Borgia, il portale del Peruzzi e ristrutturando completamente la cinta muraria verso il Tevere. Su progetto dell’architetto Buratti, venne realizzato un nuovo portale. Nel 1667 il Bernini restaura il ponte che viene anche decorato con una serie di angeli recanti i simboli della passione di Cristo. Nel 1743 Benedetto XIV termina l’appartamento e fa sostituire la statua dell’arcangelo Michele del Montelupo, lesionata, con una di bronzo dello scultore fiammingo Verschaffelt. L’utilizzazione del Castello per lungo tempo fu quella di carcere politico, nella tranquilla e paesana Roma papalina.

Lodewijk van Wittel (Vanvitelli): Castel Sant'Angelo in un dipinto del XVII secolo

Lodewijk van Wittel (Vanvitelli): Castel Sant’Angelo in un dipinto del XVII secolo

Nel 1825 inizia la riscoperta dell’antico monumento, quando il maggiore Bavari, calandosi da una botola della rampa diametrale di Alessandro VI, allora unico accesso alla fortezza, scende nel vestibolo adrianeo e rinviene questo ingresso dimenticato e la rampa elicoidale ormai tanto colma di detriti che occorsero ben diciottomila viaggi di carri per il completo sgombero. Il fatto che Castel Sant’Angelo fosse una prigione (e per di più politica) impedì per un lungo tempo che fossero compiuti studi precisi. e Castel Sant’Angelo andò sempre più in disfacimento, come mostrano le stampe e le vedute di tutto l’ottocento.

Soltanto nel 1870, per interessamento del maggiore Mariano Borgatti, allora preposto al comando del Castello, iniziano alcuni lavori di restauro e, soprattutto, uno studio preciso sul Mausoleo che rimane basilare per chi voglia approfondire la storia di questo importante monumento.

 

Si rimanda all’articolo sul Mausoleo di Adriano per quanto riguarda la storia del monumento precedente alla sua trasformazione in castello.

Collezione Barberini

Palazzo Barberini: La Collezione

PALAZZO BARBERINI: La Collezione

Palazzo Barberini ospita, insieme a Palazzo Corsini, la Galleria Nazionale d’Arte Antica, una raccolta di opere pittoriche che attraversa l’Italia da nord a sud in un periodo storico compreso fra il 1200 e il 1700.

Nelle prime sale si possono ammirare croci dipinte ed icone del tardo medioevo, un prezioso esempio di come l’arte al tempo fosse appannaggio della sola committenza ecclesiastica che considera le opere d’arte esclusivamente un mezzo di indottrinamento dei fedeli i quali, prevalentemente analfabeti, si pongono davanti ad un dipinto per “sentirsi raccontare” una storia. Le storie del periodo riguardano quasi esclusivamente la passione di Cristo (quindi largo spazio al Cristo triunphans o patiens sulla croce) o la natività, con rappresentazioni su larga scala di Madonne con Bambino.

Attraverso le sale successive si giunge al 1400, un secolo rivoluzionario per la storia dell’arte. Cambiano sia i committenti che i fruitori di opere e, senza prescindere dal soggetto religioso, ora i dipinti assumono lo scopo principale dell’arte quattrocentesca: coinvolgere lo spettatore rappresentando luoghi realistici e ben definiti; attraverso una attenta costruzione prospettica e una coerente rappresentazione della realtà, il pubblico è immerso in un mondo riconoscibile, in cui può sentirsi spettatore attivo e partecipante.

Un chiaro esempio ci è dato dall’Annunciazione di Filippo Lippi, dove la scena è inquadrata in una realistica quinta architettonica, le pose dei personaggi suggeriscono movimento e tridimensionalità e la presenza fisica dei committenti, improbabili testimoni dell’evento, suggerisce un senso di concretezza e quotidianità, messaggi atti a coinvolgere lo spettatore e farlo sentire parte attiva nell’avvenimento religioso.

Filippo Lippi - Annunciazione di palazzo Barberini con donatori

Filippo Lippi – Annunciazione di palazzo Barberini con donatori

Nelle sale successive la pittura quattrocentesca viene analizzata per aree geografiche: in Umbria la fa da padrone il Perugino, il cui San Filippo Benizi riassume perfettamente gatteggiamento dei pittori dell’Italia centrale nei confronti del nuovo corso storico artistico. Il soggetto è perfettamente inserito nella quinta architettonica di sfondo, quasi questa fosse la protagonista principale. Tutto nell’area in questione è realizzato secondo precisi canoni matematici e la perfetta resa prospettica la fa da protagonista.

Quando ci si avvicina a Roma il discorso cambia; già allora Roma è una città cosmopolita, meta di qualunque artista voglia farsi notare nell’ambiente che conta. Anche i pittori locali assorbono le novità portate dai forestieri che cominciano ad operare in città e un dipinto come la Madonna col Bambino tra i santi Paolo e Francesco d’Assisi di Antoniazzo Romano è una sintesi delle influenze che ispirano quotidianamente gli artisti romani. In questa rappresentazione sacra ancora si avverte una forte ricerca spaziale e tridimensionale, sapientemente coniugata però  con una precisa descrizione paesaggistica e ritrattistica, di chiara provenienza nordica.

Nella sesta sala sono esposti i capolavori della pittura toscana, dove su tutti spicca la Madonna in adorazione del Bambino di Gherardo di Giovanni, che non può prescindere da esempi illustri quale quello di Leonardo, suo amico. E’ leonardesco l’armonioso volto dei personaggi ma sopratutto lo è la rappresentazione atmosferica del paesaggio sullo sfondo, derivazione delle teorie leonardesche sulla “prospettiva aerea” che tanta fama hanno portato al genio rinascimentale di Leonardo.

Si passa quindi all’area veneta, dove la pittura è totalmente influenzata dal più attivo maestro del tempo, Giovanni Bellini, le cui Madonne con Bambino fanno scuola a chiunque approcci dipinti dalle tematiche religiose. In questa sala è esposto anche Lorenzo Lotto, il quale però già dai suoi primi passi si discosta, e lo farà ancor di più in età matura, dai dettami propri della cultura artistica veneta del periodo, principalmente incentrata sul colorismo e l’evocazione dello spazio circostante più che, come fa invece il Lotto, sulla caratterizzazione fisica e psicologica dei personaggi.

Concludono la visita del pianterreno due sale dedicate alla pittura straniera, dando particolare risalto alla elaborazione, da parte di questi pittori, dei modelli italiani e, come nel caso della Visione del beato Amedeo Menez da Sylva di Pedro Fernandez, soprattutto romani, essendo fertile a Roma quella cultura artistica che può definirsi una summa delle varie correnti che attraversano la penisola italiana. In questo dipinto il pittore iberico trae ispirazione da Bramante nella costruzione dell’architettura che giganteggia all’interno del dipinto; si ispira a Leonardo nella rappresentazione ritrattistica delle figure, la posa dei personaggi è un chiaro richiamo alla celebre “Disputa su Sacramento” di Raffaello nelle stanze vaticane.

Il piano superiore della galleria offre una visione dell’arte del 1500 in Italia suddivisa nuovamente per regioni ed aree di influenza. Passando attraverso le sale dedicate ai cosiddetti “leonardeschi” e “raffaelleschi”, si giunge finalmente al cospetto della Fornarina di Raffaello, una delle opere più importanti ospitate a Palazzo Barberini. All’apice del suo successo personale, Raffaello è chiamato dal ricco banchiere Agostino Chigi ad affrescare la sua nuova residenza in Trastevere, oggi nota come Villa Farnesina. In questo contesto si inserisce il nostro ritratto di fanciulla (probabilmente la figlia di un fornaio di Trastevere, da qui il nome), che può considerarsi un dipinto privato per Raffaello. Quella rappresentata non è una ragazza qualsiasi per il pittore e ce lo suggerisce la realizzazione stessa del ritratto. La posa seminuda da Venere pudica e insieme l’atteggiamento da musa ispiratrice, la firma del maestro posta su un bracciale indossato dalla ragazza quasi a volerne rimarcare il possesso personale, la presenza di alberi di mirto e melo cotogno (simboli di amore e passione), ci parlano di un rapporto intimo fra il pittore e la sua modella, così come la presenza di un anello posto all’anulare sinistro della ragazza, dettaglio ricoperto quasi subito dall’artista stesso o dal suo allievo che completò l’opera dopo la morte prematura dell’artista e riemerso solo a seguito del restauro dell’anno 2000.

Collezione Barberini

Raffaello – La Fornarina

Attraversando le sale successive si ha un’idea del clima culturale italiano del tempo, dove le commissioni artistiche si distaccano finalmente dalla sola tematica religiosa per riportare in auge tematiche legate alla mitologia e al mondo antico. Ne sono validi esempi i dipinti di Marco Bigio, del Sodoma, del Garofalo, al quale è dedicata un’intera sala.

Nella sala XV approdiamo nel 1500 veneto e qui possiamo ammirare capolavori assoluti quali Lo sposalizio mistico di Santa Caterina di Lorenzo Lotto, Venere e Adone, opera tarda di Tiziano in cui l’artista esprime le angosce e paure di una persona al tramonto della sua vita, attraverso una pittura più rarefatta, con profili meno delineati e precisi ma con una forte carica drammatica ottenuta grazie a pose coraggiose e ad un colorismo vivace. Questo esasperato colorismo ottenuto anche attraverso veloci e imprecise pennellate, è il tratto distintivo di un pittore quale Tintoretto, del quale ammiriamo qui il meraviglioso Cristo e l’adultera.

Ed è ancora attraverso gli occhi dei pittori stranieri che esaminiamo l’arte cinquecentesca nelle sale successive. Chiunque abbia aperto un libro di storia può riconoscere nella sala XVI il Ritratto di Enrico VIII di Hans Holbein il giovane dove il monarca, nonostante sia ritratto nel giorno delle sue (quarte) nozze, è rappresentato come un potente ed invulnerabile sovrano, ricoperto da ricchi gioielli simboli di potere e ricchezza e con la fierezza di chi, appena proclamato l’Atto di supremazia, si è posto a capo della chiesa anglicana.

Hans Holbein il Giovane - Enrico VIII d'Inghilterra

Hans Holbein il Giovane – Enrico VIII d’Inghilterra

Siamo giunti ormai al 1600 quando attraversiamo i corridoi dedicati ai vedutisti quali Poussin, che esprime perfettamente la sua vena lirica legata al paesaggio classicista o Guercino, che con il suo Et in Arcadia Ego esprime perfettamente la misera condizione dell’essere umano che deve sempre fare i conti con la precarietà della vita, anche nella mitica Arcadia, dove tutto è armonioso e funziona a meraviglia.

Ed infine si giunge nella sala XX, dove la fanno da padrone il Narciso e Giuditta e Oloferne di Caravaggio. La prima è da considerarsi un’opera ancora giovanile dell’artista, la seconda è piena espressione del drammatismo che caratterizza l’arte del pittore lombardo. Il genio assoluto di Caravaggio riesce a racchiudere tutto il significato dell’opera insieme con il messaggio per lo spettatore, in pochi centimetri quadrati: nello sguardo insieme atterrito  e stupefatto di Oloferne, colto di sorpresa dall’arditezza della giovane vedova che si introduce nel suo accampamento per ucciderlo e salvare il suo popolo.

Caravaggio - Giuditta e Oloferne

Caravaggio – Giuditta e Oloferne

Assolutamente degno di una menzione speciale è il delicato Ritratto di Beatrice Cenci che Guido Reni realizza al suo arrivo a Roma. Chiara evidenza questa di quanto un fatto avvenuto due anni prima, abbia scioccato un’intera popolazione, per l’immenso carico di ingiustizia e crudeltà che ha portato con se’. Il pittore emiliano non era a Roma all’epoca dei fatti, ma anche non avendo mai assistito al dramma, tale era la cicatrice lasciata dalla morte della giovane nel popolo romano, che anche dopo due anni il Reni pote realizzare un perfetto ritratto della ragazza, carico di dolcezza ed innocenza, così come tutti volevano ricordarla.

Collezione Barberini

Guido Reni – ritratto di Beatrice Cenci

Il terzo piano della galleria apre le porte alla pittura sei e settecentesca. L’influenza di Caravaggio e del suo uso particolare della luce è riconoscibile in opere quali il San Giacomo di Jusepe de Ribera e di tutte quelle opere qui ospitate provenienti da un ambiente napoletano fortemente influenzato dai soggiorni del pittore di Caravaggio.

L’ambiente romano invece non può prescindere dall’affermarsi dello stile barocco: la sala XXVI ospita capolavori del Lanfranco e di Pietro da Cortona, indiscussi capiscuola del movimento barocco. Il ritratto di Urbano VIII, opera pittorica di Gian Lorenzo Bernini, ci offre una visione privilegiata di quello che fu l’intimo rapporto fra il committente e l’artista napoletano: la pittura del Bernini ha qui un tono lontano dall’ufficialità di corte e il pontefice è rappresentato in tono familiare, confidenziale, così come lo è il David, presunto autoritratto dell’artista.

Ancora una volta, nelle sale successive, la pittura del periodo è analizzata nelle diverse aree geografiche, Toscana, Liguria e Veneto, fino ad approdare nel 1700, con particolare attenzione alla pittura settecentesca romana.

Roma nel ‘700 è nuovamente crocevia di esperienze artistiche provenienti da tutto il suolo italiano e non solo. Il rinnovamento artistico in corso porta a dare volti nuovi a basiliche, chiese e palazzi e all’altisonante Barocco di fine Seicento si sostituisce uno stile più leggiadro e aggraziato, come esemplificato dalle opere qui esposte di pittori quali Benedetto Luti e Francesco Trevisani.

Dalla seconda metà del ‘700 il carattere internazionale di Roma si accentua ancor più e la città diventa meta di artisti e viaggiatori di tutta Europa alla ricerca di opere e monumenti classici. Il periodo è particolarmente fertile per la realizzazione di soggetti ispirati all’antichità ed affianco a Pompoe Batoni che immortala viaggiatori inglesi sullo sfondo di rovine antiche, troviamo un divertente “falso storico” eseguito da Anton Raphael Mengs che con il suo Giove e Ganimede riesce nell’intento di ingannare un grande studioso di antichità come Winkelmann che definisce questo dipinto “il più bello finora pervenuto dall’antichità”. E nello stesso clima, che elegge Roma il centro culturale d’Europa, si sviluppa una intensa corrente di dipinti di paesaggio e “vedute” di città, esportate poi anche negli altri centri d’Italia, come è il caso del Canaletto che metterà a frutto a Venezia la sua esperienza romana.

Le sale successive sono interamente dedicate alla romantica pittura settecentesca, in Italia settentrionale e nel resto d’Europa. Piccoli e grandi capolavori destinati a decorare le residenze di ricchi committenti, come i quadri di François Boucher o Jean Baptiste Greuze.

Non solo pitture private, ma anche grandi opere pittoriche sono i risultati di questo nuovo fermento artistico; un eccellente esempio qui presente è La Gloria di San Clemente, modello del grande dipinto realizzato da Giuseppe Chiari per la decorazione del soffitto dell’omonima basilica romana nel 1714-15. Altri artisti quali Tommaso Chiari, Pietro de Pietri, Giovanni Antonio Grecolini, Giovanni Odazzi, Gian Domenico Piastrini, Giacomo Triga, Pier Leone Ghezzi e Sebastiano Conca collaborarono all’opera e ne troviamo qui esposti i loro lavori preparatori.

Alla fine del nostro viaggio attraverso la pittura italiana di oltre sei secoli, possiamo ammirare altre creature della cultura artistica settecentesca italiana: opere che aderiscono sia alla grande corrente rococò che alla più realistica visione paesaggistica. Maestro in tal senso fu sicuramente Giovan Battista Tiepolo, qui rappresentato da un ovale dipinto con Satiro e Amorino proveniente da un palazzo veneziano.

 

Per una approfondita e completa analisi della collezione si rimanda al sito istituzionale della galleria di Palazzo Barberini: http://galleriabarberini.beniculturali.it/  o di Palazzo Corsini: http://galleriacorsini.beniculturali.it/

Per maggiori informazioni sul palazzo ed i Barberini si rimanda al precedente articolo pubblicato qui.

Palazzo Barberini Prospetto

Palazzo Barberini

PALAZZO BARBERINI: Un alveare nel cuore di Roma

 

Parlare dei Barberini a Roma significa parlare di una famiglia che non ha soltanto governato la città in uno dei suoi periodi più floridi, ma che ne ha anche trasformato irreversibilmente il volto pubblico, scrivendo importanti capitoli della sua storia e soprattutto della sua storia dell’arte.

Agli inizi del 1600 i “Tafani” di Barberino Val d’Elsa erano una ricca famiglia toscana in forte ascesa, politica ed economica. Il loro stemma, il tafano appunto, viene considerato poco consono per una famiglia dalle grandi ambizioni e dai grandi progetti politici ed è così che l’ape fa finalmente  la sua apparizione sullo stemma araldico di famiglia, diventando il loro simbolo per eccellenza. Una volta giunta a Roma l’aristocratica famiglia prende il nome di Barberini per non dimenticare il paese d’origine e inizia qui una scalata sociale che culminerà il giorno del 6 Agosto 1623, con l’elezione al soglio pontificio di papa Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini.

Stemma di Urbano VIII Barberini

Stemma di Urbano VIII Barberini

 

La famiglia più potente dell’Urbe necessita di una residenza appropriata ed è così che, nel 1625, inizia la costruzione del luogo simbolo del loro potere: Palazzo Barberini. Si pensa innanzitutto ad una totale risistemazione dell’area circostante il palazzo e soprattutto del cuore pulsante del quartiere che da questo momento prenderà il nome di Piazza Barberini. Al centro della piazza è il grande  Gian Lorenzo Bernini a realizzare la Fontana del Tritone, mitica divinità marina, che guarda caso poggia le sue squamose membra su di un piedistallo decorato con lo stemma dei committenti: le immancabili api.

 

Da qui volgendo lo sguardo in alto, verso la sommità del colle Quirinale, il nostro occhio viene catturato dalla maestosa residenza della famiglia, residenza che l’architetto Carlo Maderno inizia a costruire nel 1625, progettando un palazzo rettangolare che inglobi il preesistente Palazzo Sforza, di fattura rinascimentale. Il Maderno porta qui non solo il suo immenso bagaglio d’esperienza (essendo oramai un anziano architetto che si avvia verso la fine della sua vita), ma anche un promettente aiutante, un parente svizzero alle prime armi che si presenta al mondo con il nome di Francesco Borromini. I due collaborano al cantiere fino alla morte del maestro, avvenuta nel 1629. Il progetto passa quindi, per espressa volontà del Maderno, nelle mani del Bernini, che stravolge la pianta del palazzo aggiungendo le due ali alterali e trasformando l’edificio nella veste che ancora oggi ammiriamo. Il palazzo prende quindi una singolare forma ad H, con le ali laterali che nella zona antistante l’ingresso fungono da accompagnamento per il visitatore in arrivo, mentre nella parte posteriore segnano il passaggio verso gli – allora – immensi giardini all’italiana.

Alla sua conclusione Palazzo Barberini può a buon titolo definirsi una residenza (in quanto organizzato in modo perfetto come abitazione nobiliare), un luogo di rappresentanza (posto in una posizione sopraelevata e facilmente riconoscibile dalle zone circostanti e dotato di sale per ricevimenti ufficiali) e villa suburbana (per la presenza dei grandiosi giardini retrostanti che quasi trasformano la residenza in una villa di campagna). Invano oggi cercheremmo i giardini in cui i Barberini amavano passeggiare nelle giornate primaverili; questi sono stati lentamente ma inesorabilmente rosicchiati dalle esigenze urbanistiche e cementizie della Roma monarchica e poi fascista.

All’interno dell’ala est il Bernini realizza il maestoso scalone che conduce ai piani superiori; nell’ala opposta sarà il Borromini a creare la meravigliosa scala elicoidale in continuo dialogo con la prima e a segnare da subito una rivalità che perdurerà per il resto della vita dei due artisti.

 

La decorazione dell’interno rispecchia fedelmente quella che era la funzione degli ambienti, a partire dalle volte affrescate delle sale al primo piano che oggi ospitano i capolavori italiani del primo Cinquecento. Queste quattro sale fanno parte del nucleo originario di Palazzo Sforza e qui venne chiamato il pittore Antonio Viviani a decorare i soffitti con storie delle Genesi che alludono palesemente al tema della fertilità e della procreazione (come l’annuncio ad Abramo della gravidanza di Sara o Dio che dice ad Abramo “sarai padre di una moltitudine di popoli”), essendo questo l’appartamento abitato dal duca Mario Sforza dopo le sue nozze con Renée di Lorena.

I Barberini hanno ovviamente i loro pittori di corte; così a decorare le nuove sale del palazzo viene chiamato per primo Andrea Sacchi, che realizza, fra le altre cose, il grandioso “Trionfo delle divina Sapienza”, chiaro omaggio alla persona di Urbano VIII laddove le costellazioni rappresentate ricreano la congiunzione astrale verificatasi la notte fra il 5 e il 6 agosto, data dell’elezione del pontefice.

Amico e successore del Sacchi nelle grazie dei Barberini è Pietro da Cortona, a ragion veduta considerato uno dei padri del movimento barocco in Italia. E’ il pittore aretino a realizzare il celebre “Trionfo della Divina Provvidenza” nel salone principale del palazzo, ma non c’è da stupirsi se tale affresco oggi è noto ai più con il nome di “Trionfo Barberini”.

Al centro della grandiosa decorazione difatti, quasi in posizione di supremazia rispetto alla reale protagonista che è la divina provvidenza, si pongono le virtù cardinali che sorreggono una corona dall’alloro dalla bizzarra forma di stemma, all’interno della quale svolazzano guarda caso tra api dorate e al di sopra della quale le personificazioni della Gloria e della Città di Roma sorreggono rispettivamente le chiavi papali e il triregno, la tiara posta sul capo dei pontefici al momento della loro incoronazione. Ai lati dell’affresco sono poste allegorie simboleggianti gli effetti del buon governo del pontefice Urbano VIII: la pace è richiamata dalla presenza del tempio di Giano con le porte della guerra chiuse; le virtù sconfiggono i vizi laddove Ercole sconfigge le arpie; l’amore spirituale trionfa sulla lascivia che viene cacciata dal letto di Cupido; l’intelletto è simboleggiato da Minerva che campeggia sulla scena della caduta dei giganti, simbolo delle forza bruta sconfitta dall’intelligenza.

Pietro da Cortona - Trionfo della Divina Provvidenza

Pietro da Cortona – Trionfo della Divina Provvidenza

La storia della collezione d’arte qui ospitata nasce quindi in questo periodo, con i Barberini che si distinguono per essere non solo dei grandi mecenati ma anche dei grandissimi collezionisti (d’altronde è vero o no che Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini?), pronti ad accaparrarsi ad ogni costo i pezzi migliori delle collezioni altrui e delle antichità che venivano riportate alla luce nella città di Roma. Con l’unità d’Italia in un primo tempo la collezione viene salvaguardata ma un discutibile Regio Decreto del 1934 abolisce ogni vincolo alla vendita dei pezzi della galleria e lasciano così l’Italia alcuni capolavori di Dürer, Caravaggio, Guercino, Poussin, Guido Reni ed altri. Ciononostante, fermata l’emorragia di opere d’arte, la galleria vanta ancora oggi una cospicua raccolta di capolavori pittorici che attraversano l’arte italiana dal 1200 al 1700 e possiamo annoverare fra questi, su tutti, la “Fornarina” di Raffaello e “Giuditta e Oloferne” del Caravaggio.

 

La collezione della Galleria nazionale d’arte antica è trattata nel dettaglio in questo articolo, per ulteriori approfondimenti si può consultare il sito istituzionale del Museo