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Collezione Barberini

Palazzo Barberini: La Collezione

PALAZZO BARBERINI: La Collezione

Palazzo Barberini ospita, insieme a Palazzo Corsini, la Galleria Nazionale d’Arte Antica, una raccolta di opere pittoriche che attraversa l’Italia da nord a sud in un periodo storico compreso fra il 1200 e il 1700.

Nelle prime sale si possono ammirare croci dipinte ed icone del tardo medioevo, un prezioso esempio di come l’arte al tempo fosse appannaggio della sola committenza ecclesiastica che considera le opere d’arte esclusivamente un mezzo di indottrinamento dei fedeli i quali, prevalentemente analfabeti, si pongono davanti ad un dipinto per “sentirsi raccontare” una storia. Le storie del periodo riguardano quasi esclusivamente la passione di Cristo (quindi largo spazio al Cristo triunphans o patiens sulla croce) o la natività, con rappresentazioni su larga scala di Madonne con Bambino.

Attraverso le sale successive si giunge al 1400, un secolo rivoluzionario per la storia dell’arte. Cambiano sia i committenti che i fruitori di opere e, senza prescindere dal soggetto religioso, ora i dipinti assumono lo scopo principale dell’arte quattrocentesca: coinvolgere lo spettatore rappresentando luoghi realistici e ben definiti; attraverso una attenta costruzione prospettica e una coerente rappresentazione della realtà, il pubblico è immerso in un mondo riconoscibile, in cui può sentirsi spettatore attivo e partecipante.

Un chiaro esempio ci è dato dall’Annunciazione di Filippo Lippi, dove la scena è inquadrata in una realistica quinta architettonica, le pose dei personaggi suggeriscono movimento e tridimensionalità e la presenza fisica dei committenti, improbabili testimoni dell’evento, suggerisce un senso di concretezza e quotidianità, messaggi atti a coinvolgere lo spettatore e farlo sentire parte attiva nell’avvenimento religioso.

Filippo Lippi - Annunciazione di palazzo Barberini con donatori

Filippo Lippi – Annunciazione di palazzo Barberini con donatori

Nelle sale successive la pittura quattrocentesca viene analizzata per aree geografiche: in Umbria la fa da padrone il Perugino, il cui San Filippo Benizi riassume perfettamente gatteggiamento dei pittori dell’Italia centrale nei confronti del nuovo corso storico artistico. Il soggetto è perfettamente inserito nella quinta architettonica di sfondo, quasi questa fosse la protagonista principale. Tutto nell’area in questione è realizzato secondo precisi canoni matematici e la perfetta resa prospettica la fa da protagonista.

Quando ci si avvicina a Roma il discorso cambia; già allora Roma è una città cosmopolita, meta di qualunque artista voglia farsi notare nell’ambiente che conta. Anche i pittori locali assorbono le novità portate dai forestieri che cominciano ad operare in città e un dipinto come la Madonna col Bambino tra i santi Paolo e Francesco d’Assisi di Antoniazzo Romano è una sintesi delle influenze che ispirano quotidianamente gli artisti romani. In questa rappresentazione sacra ancora si avverte una forte ricerca spaziale e tridimensionale, sapientemente coniugata però  con una precisa descrizione paesaggistica e ritrattistica, di chiara provenienza nordica.

Nella sesta sala sono esposti i capolavori della pittura toscana, dove su tutti spicca la Madonna in adorazione del Bambino di Gherardo di Giovanni, che non può prescindere da esempi illustri quale quello di Leonardo, suo amico. E’ leonardesco l’armonioso volto dei personaggi ma sopratutto lo è la rappresentazione atmosferica del paesaggio sullo sfondo, derivazione delle teorie leonardesche sulla “prospettiva aerea” che tanta fama hanno portato al genio rinascimentale di Leonardo.

Si passa quindi all’area veneta, dove la pittura è totalmente influenzata dal più attivo maestro del tempo, Giovanni Bellini, le cui Madonne con Bambino fanno scuola a chiunque approcci dipinti dalle tematiche religiose. In questa sala è esposto anche Lorenzo Lotto, il quale però già dai suoi primi passi si discosta, e lo farà ancor di più in età matura, dai dettami propri della cultura artistica veneta del periodo, principalmente incentrata sul colorismo e l’evocazione dello spazio circostante più che, come fa invece il Lotto, sulla caratterizzazione fisica e psicologica dei personaggi.

Concludono la visita del pianterreno due sale dedicate alla pittura straniera, dando particolare risalto alla elaborazione, da parte di questi pittori, dei modelli italiani e, come nel caso della Visione del beato Amedeo Menez da Sylva di Pedro Fernandez, soprattutto romani, essendo fertile a Roma quella cultura artistica che può definirsi una summa delle varie correnti che attraversano la penisola italiana. In questo dipinto il pittore iberico trae ispirazione da Bramante nella costruzione dell’architettura che giganteggia all’interno del dipinto; si ispira a Leonardo nella rappresentazione ritrattistica delle figure, la posa dei personaggi è un chiaro richiamo alla celebre “Disputa su Sacramento” di Raffaello nelle stanze vaticane.

Il piano superiore della galleria offre una visione dell’arte del 1500 in Italia suddivisa nuovamente per regioni ed aree di influenza. Passando attraverso le sale dedicate ai cosiddetti “leonardeschi” e “raffaelleschi”, si giunge finalmente al cospetto della Fornarina di Raffaello, una delle opere più importanti ospitate a Palazzo Barberini. All’apice del suo successo personale, Raffaello è chiamato dal ricco banchiere Agostino Chigi ad affrescare la sua nuova residenza in Trastevere, oggi nota come Villa Farnesina. In questo contesto si inserisce il nostro ritratto di fanciulla (probabilmente la figlia di un fornaio di Trastevere, da qui il nome), che può considerarsi un dipinto privato per Raffaello. Quella rappresentata non è una ragazza qualsiasi per il pittore e ce lo suggerisce la realizzazione stessa del ritratto. La posa seminuda da Venere pudica e insieme l’atteggiamento da musa ispiratrice, la firma del maestro posta su un bracciale indossato dalla ragazza quasi a volerne rimarcare il possesso personale, la presenza di alberi di mirto e melo cotogno (simboli di amore e passione), ci parlano di un rapporto intimo fra il pittore e la sua modella, così come la presenza di un anello posto all’anulare sinistro della ragazza, dettaglio ricoperto quasi subito dall’artista stesso o dal suo allievo che completò l’opera dopo la morte prematura dell’artista e riemerso solo a seguito del restauro dell’anno 2000.

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Raffaello – La Fornarina

Attraversando le sale successive si ha un’idea del clima culturale italiano del tempo, dove le commissioni artistiche si distaccano finalmente dalla sola tematica religiosa per riportare in auge tematiche legate alla mitologia e al mondo antico. Ne sono validi esempi i dipinti di Marco Bigio, del Sodoma, del Garofalo, al quale è dedicata un’intera sala.

Nella sala XV approdiamo nel 1500 veneto e qui possiamo ammirare capolavori assoluti quali Lo sposalizio mistico di Santa Caterina di Lorenzo Lotto, Venere e Adone, opera tarda di Tiziano in cui l’artista esprime le angosce e paure di una persona al tramonto della sua vita, attraverso una pittura più rarefatta, con profili meno delineati e precisi ma con una forte carica drammatica ottenuta grazie a pose coraggiose e ad un colorismo vivace. Questo esasperato colorismo ottenuto anche attraverso veloci e imprecise pennellate, è il tratto distintivo di un pittore quale Tintoretto, del quale ammiriamo qui il meraviglioso Cristo e l’adultera.

Ed è ancora attraverso gli occhi dei pittori stranieri che esaminiamo l’arte cinquecentesca nelle sale successive. Chiunque abbia aperto un libro di storia può riconoscere nella sala XVI il Ritratto di Enrico VIII di Hans Holbein il giovane dove il monarca, nonostante sia ritratto nel giorno delle sue (quarte) nozze, è rappresentato come un potente ed invulnerabile sovrano, ricoperto da ricchi gioielli simboli di potere e ricchezza e con la fierezza di chi, appena proclamato l’Atto di supremazia, si è posto a capo della chiesa anglicana.

Hans Holbein il Giovane - Enrico VIII d'Inghilterra

Hans Holbein il Giovane – Enrico VIII d’Inghilterra

Siamo giunti ormai al 1600 quando attraversiamo i corridoi dedicati ai vedutisti quali Poussin, che esprime perfettamente la sua vena lirica legata al paesaggio classicista o Guercino, che con il suo Et in Arcadia Ego esprime perfettamente la misera condizione dell’essere umano che deve sempre fare i conti con la precarietà della vita, anche nella mitica Arcadia, dove tutto è armonioso e funziona a meraviglia.

Ed infine si giunge nella sala XX, dove la fanno da padrone il Narciso e Giuditta e Oloferne di Caravaggio. La prima è da considerarsi un’opera ancora giovanile dell’artista, la seconda è piena espressione del drammatismo che caratterizza l’arte del pittore lombardo. Il genio assoluto di Caravaggio riesce a racchiudere tutto il significato dell’opera insieme con il messaggio per lo spettatore, in pochi centimetri quadrati: nello sguardo insieme atterrito  e stupefatto di Oloferne, colto di sorpresa dall’arditezza della giovane vedova che si introduce nel suo accampamento per ucciderlo e salvare il suo popolo.

Caravaggio - Giuditta e Oloferne

Caravaggio – Giuditta e Oloferne

Assolutamente degno di una menzione speciale è il delicato Ritratto di Beatrice Cenci che Guido Reni realizza al suo arrivo a Roma. Chiara evidenza questa di quanto un fatto avvenuto due anni prima, abbia scioccato un’intera popolazione, per l’immenso carico di ingiustizia e crudeltà che ha portato con se’. Il pittore emiliano non era a Roma all’epoca dei fatti, ma anche non avendo mai assistito al dramma, tale era la cicatrice lasciata dalla morte della giovane nel popolo romano, che anche dopo due anni il Reni pote realizzare un perfetto ritratto della ragazza, carico di dolcezza ed innocenza, così come tutti volevano ricordarla.

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Guido Reni – ritratto di Beatrice Cenci

Il terzo piano della galleria apre le porte alla pittura sei e settecentesca. L’influenza di Caravaggio e del suo uso particolare della luce è riconoscibile in opere quali il San Giacomo di Jusepe de Ribera e di tutte quelle opere qui ospitate provenienti da un ambiente napoletano fortemente influenzato dai soggiorni del pittore di Caravaggio.

L’ambiente romano invece non può prescindere dall’affermarsi dello stile barocco: la sala XXVI ospita capolavori del Lanfranco e di Pietro da Cortona, indiscussi capiscuola del movimento barocco. Il ritratto di Urbano VIII, opera pittorica di Gian Lorenzo Bernini, ci offre una visione privilegiata di quello che fu l’intimo rapporto fra il committente e l’artista napoletano: la pittura del Bernini ha qui un tono lontano dall’ufficialità di corte e il pontefice è rappresentato in tono familiare, confidenziale, così come lo è il David, presunto autoritratto dell’artista.

Ancora una volta, nelle sale successive, la pittura del periodo è analizzata nelle diverse aree geografiche, Toscana, Liguria e Veneto, fino ad approdare nel 1700, con particolare attenzione alla pittura settecentesca romana.

Roma nel ‘700 è nuovamente crocevia di esperienze artistiche provenienti da tutto il suolo italiano e non solo. Il rinnovamento artistico in corso porta a dare volti nuovi a basiliche, chiese e palazzi e all’altisonante Barocco di fine Seicento si sostituisce uno stile più leggiadro e aggraziato, come esemplificato dalle opere qui esposte di pittori quali Benedetto Luti e Francesco Trevisani.

Dalla seconda metà del ‘700 il carattere internazionale di Roma si accentua ancor più e la città diventa meta di artisti e viaggiatori di tutta Europa alla ricerca di opere e monumenti classici. Il periodo è particolarmente fertile per la realizzazione di soggetti ispirati all’antichità ed affianco a Pompoe Batoni che immortala viaggiatori inglesi sullo sfondo di rovine antiche, troviamo un divertente “falso storico” eseguito da Anton Raphael Mengs che con il suo Giove e Ganimede riesce nell’intento di ingannare un grande studioso di antichità come Winkelmann che definisce questo dipinto “il più bello finora pervenuto dall’antichità”. E nello stesso clima, che elegge Roma il centro culturale d’Europa, si sviluppa una intensa corrente di dipinti di paesaggio e “vedute” di città, esportate poi anche negli altri centri d’Italia, come è il caso del Canaletto che metterà a frutto a Venezia la sua esperienza romana.

Le sale successive sono interamente dedicate alla romantica pittura settecentesca, in Italia settentrionale e nel resto d’Europa. Piccoli e grandi capolavori destinati a decorare le residenze di ricchi committenti, come i quadri di François Boucher o Jean Baptiste Greuze.

Non solo pitture private, ma anche grandi opere pittoriche sono i risultati di questo nuovo fermento artistico; un eccellente esempio qui presente è La Gloria di San Clemente, modello del grande dipinto realizzato da Giuseppe Chiari per la decorazione del soffitto dell’omonima basilica romana nel 1714-15. Altri artisti quali Tommaso Chiari, Pietro de Pietri, Giovanni Antonio Grecolini, Giovanni Odazzi, Gian Domenico Piastrini, Giacomo Triga, Pier Leone Ghezzi e Sebastiano Conca collaborarono all’opera e ne troviamo qui esposti i loro lavori preparatori.

Alla fine del nostro viaggio attraverso la pittura italiana di oltre sei secoli, possiamo ammirare altre creature della cultura artistica settecentesca italiana: opere che aderiscono sia alla grande corrente rococò che alla più realistica visione paesaggistica. Maestro in tal senso fu sicuramente Giovan Battista Tiepolo, qui rappresentato da un ovale dipinto con Satiro e Amorino proveniente da un palazzo veneziano.

 

Per una approfondita e completa analisi della collezione si rimanda al sito istituzionale della galleria di Palazzo Barberini: http://galleriabarberini.beniculturali.it/  o di Palazzo Corsini: http://galleriacorsini.beniculturali.it/

Per maggiori informazioni sul palazzo ed i Barberini si rimanda al precedente articolo pubblicato qui.

Via Giulia

Via Giulia

Via Giulia: il perno della Roma rinascimentale.

Via Giulia è la più caratteristica e insigne delle strade della Roma papale e rinascimentale. I numerosi punti di interesse che si affacciano lungo il tragitto di via Giulia appartengono infatti ad un lunghissimo arco storico ed artistico che va dal medioevo al rinascimento e dal periodo barocco fino al ‘700.

Già nel medioevo, pur presentandosi come un fangoso e tortuoso tragitto, era considerata una delle vie maestre dell’urbe tanto da prendere il nome di “Via Magistralis”.

I primi interventi di ammodernamento risalgono a papa Sisto IV della Rovere. Fu lui, infatti, a ordinarne la ristrutturazione nell’ambito di un più ampio progetto di miglioramenti che interessarono l’area tra Ponte S.Angelo ed i mercati di Piazza Navona e Campo de’Fiori, in questa occasione l’antica via Magistralis cambiò nome in “Via Mercatoria” proprio perché conduceva alle aree di mercato.

Ma buona parte dell’aspetto odierno della via arriverà solo nel 1508 grazie al volere di papa Giulio II della Rovere che elaborò un massiccio piano di modernizzazione delle strutture organizzative cittadine medievali per dare risalto al potere politico della chiesa: la “Renovatio Romae”.

via giulia

Memoria dei lavori di Giulio II (1512)

Il celebre pontefice, incaricò quindi Bramante di progettare un asse viario che sarebbe divenuto la più lunga strada rettilinea di Roma (1 km) che facilitasse i collegamenti tra le diverse parti della città che andavano assumendo una grande importanza economica e sociale. In virtù di questo suo primato fu inizialmente chiamata “Via Recta”, ma in seguito vinse il toponimo di origine papalina, ovvero Via Julia dal pontefice Giulio II. In realtà il progetto finale del pontefice era ben più ampio e ambizioso: considerando che importanti edifici come la Cancelleria Apostolica, la Zecca e la Cancelleria Vecchia si trovano in zona, il pontefice fece progettare dal Bramante anche un Palazzo dei Tribunali che doveva riunire non solo tutte le corti giudiziarie, ma anche tutti i notai, trasformando quindi l’area nel centro della vita amministrativa cittadina.

L’intero progetto che Giulio II aveva in mente non venne però mai realizzato completamente: iniziati nel 1508, i lavori furono interrotti nel 1511, per non essere mai più ripresi. L’unica testimonianza che resta oggi del grandioso progetto del Tribunale sono i “sofà di Via Giulia”, colossali frammenti di pietra tra Via del Cefalo e Via del Gonfalone, che dovevano essere il basamento del palazzo.

palazzo dei tribunali via giulia

Via Giulia – Particolare delle fondazioni del Palazzo dei tribunali, più noti come i “sofa’ di via Giulia”

Pur incompleta, la strada assurse subito a un ruolo prestigioso nel contesto romano e molte furono le famiglie blasonate, perlopiù di origine toscana, che desiderarono edificare qui i loro palazzi nobiliari a testimonianza dell’importanza che la via rivestiva nell’economia cittadina. Dai Sacchetti ai Chigi e ai Ricci molti nobili decisero di risiedere qui, seguiti poi da altri quando Papa Leone X Medici salì al soglio pontificio e decise, in virtù della già numerosa colonia toscana lì presente, di potenziare ulteriormente tutta la zona, specialmente l’area dove sorgerà la chiesa di San Giovanni dei Fiorentini. Si edificarono splendidi palazzi con eleganti giardini digradanti verso il Tevere, molti dei quali dotati di piccoli moli privati.

Tra l’edilizia non nobiliare un ruolo di peso lo ebbero le locande e ricoveri per i pellegrini, la strada, infatti, era anche un importante punto di passaggio per raggiungere la Basilica di S. Pietro. Anche numerosi artisti di gran fama, come Raffaello, Cellini e Borromini, scelsero di vivere qui, facendo di via Giulia una sorta di quartiere degli artisti.

A rilanciare i lavori, sospesi a causa del sacco di Roma del 1527, nell’area attorno alla chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini furono il Sangallo, cui piacque molto l’idea del quartiere di artisti e nuova borghesia, e la famiglia Farnese, che aveva scelto di edificare lì la loro nuova grandiosa residenza.

Palazzo Farnese a Roma

Palazzo Farnese a Roma

Palazzo Farnese, voluto dal Cardinale Alessandro Farnese, è un progetto grandioso: non più un palazzo rivolto verso il Tevere, ma un affaccio verso il mercato di Campo de’ Fiori e la zona commerciale a creare una nuova piazza. Il progetto era in origine molto più esteso di quanto vediamo noi oggi: Michelangelo, infatti, aveva progettato addirittura un ponte che, oltrepassando il Tevere, collegasse la nuova residenza con la villa suburbana della Farnesina, in via della Lungara.

Sull’onda del rinnovato prestigio dell’area, dal 1540, si moltiplicano i residenti celebri: Guglielmo Della Porta acquista e amplia due palazzi, i duchi Farnese acquistano il futuro palazzo Falconieri, e in breve tempo la zona raccolse i membri più rappresentativi della società rinascimentale romana in un susseguirsi di nobili, ambasciatori, ricchi borghesi e artisti. A far da contrasto a questa realtà, verso Ponte Sisto, si trovavano anche ospizi per poveri e pellegrini, abitazioni di prostitute di lusso, istituti caritatevoli per poveri e zitelle e addirittura le carceri, il tutto costellato da chiese titolari di varie nazioni.

via giulia giardini sul tevere

I giardini verso il Tevere dei palazzi Farnese e Falconieri prima della costruzione dei muraglioni (1860 circa)

Tra la fine del ‘500 e tutto il ‘600 è tutto in fermento e l’assetto definitivo di questa straordinaria via si avrà solo con il XVIII secolo ma è destinato a non durare.

Dopo la proclamazione di Roma capitale e l’unità d’Italia avviene l’ultima grande rivoluzione dell’area. Per fronteggiare le frequenti inondazioni del Tevere, a fine ‘800 si avvia il grandioso progetto di edificazione dei muraglioni, che stravolse l’urbe in maniera irreparabile. Le case lungo gli argini del fiume svanirono, interi quartieri furono rasi al suolo, e via Giulia cambiò radicalmente il suo volto: molti palazzi, sia di edilizia comune sia nobiliare, furono demoliti o ridimensionati e i giardini digradanti con i moli lungo il fiume divennero un ricordo del passato. Sparirono anche i numerosi mulini tiberini e con loro anche i traghettatori che per secoli avevano contribuito a collegare le due rive. Le logge dei palazzi rivolte verso il fiume (Sangallo-Medici, Sacchetti, Falconieri) oggi perdono di significato non avendo più lo splendido affaccio su corti, giardini, moli e il fiume.

via giulia ponte sisto

A. Ravaglioli – Lungotevere a monte di Ponte Sisto prima della costruzione dei muraglioni (1882)

Nonostante quest’ultimo colpo, l’area di Via Giulia conserva a tutt’oggi il suo indiscusso fascino e la sua eleganza, le strade seguono ancora oggi il tracciato cinquecentesco e i numerosi palazzi e chiese mantengono ancora splendide decorazioni ad abbellirne le facciate.

Da non perdere il Museo Criminologico MUCRI

Ettore Roesler Franz - Via Giulia

Ettore Roesler Franz – Via Giulia